Gentile Marinella Bozzo, le invio in lettura una mia recensione sul film Agorà che il GU non ha publicato. Cordiali saluti. " Agora (scritto il 07/03/2010)
Quando arriverà in Italia (se arriverà, vista l’ostilità della chiesa a fare i
conti con la storia), Agorà darà luogo alle solite, interminabili discussioni
che sono il pane quotidiano dei media italiani, complice un governo
paranoico-fascista che in venti anni ha fatto a pezzi e analfabetizzato oltre la
metà dei cittadini, usando come armi la strafottenza, il fango
mediatico-televisivo e la croce, decaduta a simbolo di ciò che il cives italicus
è costretto a sopportare. Del resto, con un papa-pastore-tedesco che alla
domanda se suo fratello è stato pedofilo, posta in questi giorni da chi indaga
sul lercio abuso in casa-chiesa, se ne è uscito con un niet, nescio, non so
nulla di queste cose...
Ora, il film di Amenábar, potrà essere (per me lo è) un feuilleton al cui
confronto, non dico Fabiola di Blasetti svetta come sublime monumento al
kitch-peplum, ma anche film come i due Quo Vadis di DeMille, ma osteggiarne la
visione sarebbe una censura ignobile. Mateo Gil, sceneggiatore abituale del
regista spagnolo, d’altro canto, va giù pesante con una sceneggiatura
approssimativa sulle vicende che portarono alla fine del IV secolo d.C. alla
distruzione della biblioteca di Alessandria e alla persecuzione dei cristiani
contro gli ebrei. Se e quanto sia veritiera la storia narrata in Agorà, lascio
agli storici il compito di commentare e indagare: qui si parla di un film che a
mio parere si prende troppo sul serio, narrando fatti che neppure la
storiografia più illuminata ha del tutto svelato.
È certo che la filosofa neo-platonica Ipazia è esistita (ne fanno menzione Suda,
Damascio, che ne descrive la morte orrenda, voluta dal vescovo Cirillo, poi
fatto santo della chiesa – niente di nuovo, anche il faccendiere Escrivà è stato
santificato qualche anno fa, siamo certi che faranno santo anche il ministro
Bondi, ne ha le fattezze paffute). Ipazia, si sa, ma mancano fonti certe fu
matematica, filosofo, astronomo valente (una donna di duemila anni che somiglia
molto a Margherita Hack è un controsenso oggi che in parlamento stazionano
intelligenze come la Gelmini e la Binetti!).
Vado a braccio, questo film è per me di scarso interesse estetico e filosofico e
mi è piaciuto quanto una puntata di “Ulisse, Il piacere della scoperta” del
figlio di Piero Angela, e mi pare di poter affermare che è un brutto film.
Brutto come digitalizzazione della città di Alessandria, ricostruita come
neppure Vespa fa con l’abituro di Cogne.
Brutto perché, privo di verità storica, ambisce a dare lezioni di storia
talmente da “Reader’s Digest” che il dotto Gianfranco Ravasi ne farà un boccone
succulento di indagine storiografica comme il faut.
Brutto perché, bisogna dirlo onestamente, l’accensione anticristiana, pure
ammettendo che i fatti narrati siano verosimili, conduce il regista a
raffigurare i cristiani come degli invasati (vedi Ammonio, monaco sdentato e
fuori di testa).
Brutto perché imita il modello hollywoodiano (il film è stato doppiato in lingua
inglese per propinarlo ai figli dei Padri Pellegrini che di persecuzioni e
uccisioni di indiani sono esperti eredi di Cirillo e non vanno tanto per il
sottile in questioni di filologia classica).
Brutto perché ha cucito sulla affascinante Rachel Weisz un vestito che poco si
addice all’attrice, altrimenti seducente, per farne nientemeno che una vergine
martire, attribuendole in dote tre maschi cascamorti, dei quali uno solo pare
sia realmente esistito (l’allievo e poi prefetto Oreste), laddove Sinesio è un
intruso storico e lo schiavo Davos una pura invenzione mirante a servire un
finale, la lapidazione di Ipazia, in cui l’uomo, prima che la filosofa sia
uccisa, la soffoca perché quella non debba soffrire (in realtà, è accertato che
Ipazia era sola quando fu scorticata viva con i gusci delle ostriche).
Brutte le musiche di Dario Marianelli che imperversano con note improbabili,
quando da tempo sono a disposizione (vedi Mario Panagua e il suo Ensemble
“Musica Antiqua”) trascrizioni di inni e canti coevi; senza dire che l’aulòs non
è un doppio piffero come si vede nel film.
Alejandro Amenábar, regista altrove sensibile e raffinato (vedi le atmosfere
goticheggianti alla Henry James in The Others e il notevole Mare Dentro) prende
una cantonata con questo polpettone presentato all'ultimo festival di Cannes.
Non so quali pericoli possa rappresentare per i vigilantes del governo in carica
o per la pervasiva chiesa ratzingeriana; so quale pericolo possa rappresentare
per il cinema l’approssimativo, scadente film di cartone digitale Agorà che
ignora la lezione di ‘educazione’ storica, raffinata di Rossellini,
Straub-Huillet, Ejzenstejn con un film pretenzioso e ridicolo: le scene con
Ipazia che scruta il cielo e calcola e ragiona per oltre due ore se ha ragione
Tolomeo o aveva ragione Aristarco, e scopre il movimento eliocentrico, proprio
mentre la folla di lapidatori sta varcando la sua abitazione, è un’aberratio
degna della Messalina di Alfred Jarry.
Con la differenza che il sommo surrealista prendeva per il culo la storia mentre
Amenábar prende quello come storia."
I critici di mestiere vanno scomparendo, sostituiti da individui che probabilmente hanno il pregio di "non intendersene" in termini specialistici e quindi di essere più vicini allo spettatore medio. Che temiamo cominci a volersi confondere con mediocre, con il risultato che tutto più o meno si limita ai fatti, alle stelle, alle palle, al Mi piace o Non mi piace...>>
Gentile Marinella Bozzo, le
Gentile Marinella Bozzo, le invio in lettura una mia recensione sul film Agorà che il GU non ha publicato. Cordiali saluti. " Agora (scritto il 07/03/2010)
Quando arriverà in Italia (se arriverà, vista l’ostilità della chiesa a fare i conti con la storia), Agorà darà luogo alle solite, interminabili discussioni che sono il pane quotidiano dei media italiani, complice un governo paranoico-fascista che in venti anni ha fatto a pezzi e analfabetizzato oltre la metà dei cittadini, usando come armi la strafottenza, il fango mediatico-televisivo e la croce, decaduta a simbolo di ciò che il cives italicus è costretto a sopportare. Del resto, con un papa-pastore-tedesco che alla domanda se suo fratello è stato pedofilo, posta in questi giorni da chi indaga sul lercio abuso in casa-chiesa, se ne è uscito con un niet, nescio, non so nulla di queste cose... Ora, il film di Amenábar, potrà essere (per me lo è) un feuilleton al cui confronto, non dico Fabiola di Blasetti svetta come sublime monumento al kitch-peplum, ma anche film come i due Quo Vadis di DeMille, ma osteggiarne la visione sarebbe una censura ignobile. Mateo Gil, sceneggiatore abituale del regista spagnolo, d’altro canto, va giù pesante con una sceneggiatura approssimativa sulle vicende che portarono alla fine del IV secolo d.C. alla distruzione della biblioteca di Alessandria e alla persecuzione dei cristiani contro gli ebrei. Se e quanto sia veritiera la storia narrata in Agorà, lascio agli storici il compito di commentare e indagare: qui si parla di un film che a mio parere si prende troppo sul serio, narrando fatti che neppure la storiografia più illuminata ha del tutto svelato. È certo che la filosofa neo-platonica Ipazia è esistita (ne fanno menzione Suda, Damascio, che ne descrive la morte orrenda, voluta dal vescovo Cirillo, poi fatto santo della chiesa – niente di nuovo, anche il faccendiere Escrivà è stato santificato qualche anno fa, siamo certi che faranno santo anche il ministro Bondi, ne ha le fattezze paffute). Ipazia, si sa, ma mancano fonti certe fu matematica, filosofo, astronomo valente (una donna di duemila anni che somiglia molto a Margherita Hack è un controsenso oggi che in parlamento stazionano intelligenze come la Gelmini e la Binetti!). Vado a braccio, questo film è per me di scarso interesse estetico e filosofico e mi è piaciuto quanto una puntata di “Ulisse, Il piacere della scoperta” del figlio di Piero Angela, e mi pare di poter affermare che è un brutto film. Brutto come digitalizzazione della città di Alessandria, ricostruita come neppure Vespa fa con l’abituro di Cogne. Brutto perché, privo di verità storica, ambisce a dare lezioni di storia talmente da “Reader’s Digest” che il dotto Gianfranco Ravasi ne farà un boccone succulento di indagine storiografica comme il faut. Brutto perché, bisogna dirlo onestamente, l’accensione anticristiana, pure ammettendo che i fatti narrati siano verosimili, conduce il regista a raffigurare i cristiani come degli invasati (vedi Ammonio, monaco sdentato e fuori di testa). Brutto perché imita il modello hollywoodiano (il film è stato doppiato in lingua inglese per propinarlo ai figli dei Padri Pellegrini che di persecuzioni e uccisioni di indiani sono esperti eredi di Cirillo e non vanno tanto per il sottile in questioni di filologia classica). Brutto perché ha cucito sulla affascinante Rachel Weisz un vestito che poco si addice all’attrice, altrimenti seducente, per farne nientemeno che una vergine martire, attribuendole in dote tre maschi cascamorti, dei quali uno solo pare sia realmente esistito (l’allievo e poi prefetto Oreste), laddove Sinesio è un intruso storico e lo schiavo Davos una pura invenzione mirante a servire un finale, la lapidazione di Ipazia, in cui l’uomo, prima che la filosofa sia uccisa, la soffoca perché quella non debba soffrire (in realtà, è accertato che Ipazia era sola quando fu scorticata viva con i gusci delle ostriche). Brutte le musiche di Dario Marianelli che imperversano con note improbabili, quando da tempo sono a disposizione (vedi Mario Panagua e il suo Ensemble “Musica Antiqua”) trascrizioni di inni e canti coevi; senza dire che l’aulòs non è un doppio piffero come si vede nel film. Alejandro Amenábar, regista altrove sensibile e raffinato (vedi le atmosfere goticheggianti alla Henry James in The Others e il notevole Mare Dentro) prende una cantonata con questo polpettone presentato all'ultimo festival di Cannes. Non so quali pericoli possa rappresentare per i vigilantes del governo in carica o per la pervasiva chiesa ratzingeriana; so quale pericolo possa rappresentare per il cinema l’approssimativo, scadente film di cartone digitale Agorà che ignora la lezione di ‘educazione’ storica, raffinata di Rossellini, Straub-Huillet, Ejzenstejn con un film pretenzioso e ridicolo: le scene con Ipazia che scruta il cielo e calcola e ragiona per oltre due ore se ha ragione Tolomeo o aveva ragione Aristarco, e scopre il movimento eliocentrico, proprio mentre la folla di lapidatori sta varcando la sua abitazione, è un’aberratio degna della Messalina di Alfred Jarry. Con la differenza che il sommo surrealista prendeva per il culo la storia mentre Amenábar prende quello come storia."