ritratto di Emiliano Morreale
di Emiliano Morreale

La commedia all'italiana è morta, viva la commedia


La "commedia all’italiana", nei discorsi di critici e giornalisti, non è più un genere, o un filone. È un’ideologia. Un modello che è spesso strumentale a una negazione della tragedia, alla riproposizione di attori comici di secondo piano, di sceneggiature che castrano ogni sguardo. Un modello che assurdamente viene proposto a quarant’anni di distanza, e dopo che per oltre quindici anni i suoi migliori registi non avevano fatto che negarla nella tragedie più cupe o apocalittiche, da Un borghese piccolo piccolo a L’ingorgo. 
 

Per fortuna quei pochi che riescono a fare buone commedie in Italia lo fanno andando in direzione contraria. L’ultimo film di Carlo Verdone, o almeno la sua prima ora (prima che arrivi il solito schema del signor di mezza età, stavolta prete, alle prese con la ragazzina) è una delle cose più cupe che ci sia dato di vedere in giro sull’Italia – e, stavolta, su Roma in particolare. Gente orrenda, famiglie orrende soprattutto, in cui sesso soldi e consumo impazzano in maniera caciarona e gelando il sorriso sulle labbra.
In questa specie di remake de La messa è finita si può forse anche misurare quanta strada si sia fatta, in discesa, perfino dagli orribili anni Ottanta. L’egoismo pensoso dei personaggi di Moretti lascia il posto a una borghesia senza nemmeno la dignità della tragedia. Non stupisce che, davanti al terrificante (ed esilarante) ritratto dell’Italia che gli è, vorremmo dire, scappato di mano, lo stesso Verdone cerchi di rimediare appiccicando un finale natalizio-familista che nega tutto. Ma è troppo tardi, per fortuna. 
 
L’ultimo film di Paolo Virzì, invece, hanno cercato di venderlo come una commedia ma è in fondo un melodramma. E funziona proprio quando il regista va contromano rispetto all’ideologia della commedia all’italiana, quando scarta da una sceneggiatura tutta al bilancino, con le macchiette disseminate al posto giusto e le svolte piazzate astutamente.
Potremmo dire che i pregi e i difetti di Virzì derivano proprio dalle sue differenze con la commedia all’italiana. Lui non è cattivo come Age e Scarpelli o Sonego, e si impone quasi di perdonare i personaggi. Ma d’altro canto, a tratti li ama davvero, con un calore che a quei cinici geniali non sarebbe venuto in mente.
Intanto, gli appassionati della commedia italiana più nera e scatenata aspettano con ansia la nuova serie di Boris...


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Inserito da Emiliano Morreale - 10 febbraio, 2010 - 17:45


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