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SPECIALE 150 ANNI/1: L'INDUSTRIA

Il motore del Paese

coccarda.jpgPer la nostra serie di articoli sul centocinquantenario dall'Unità d'Italia partiamo  dall'industria, che a lungo è stata il cuore e la speranza di una crescita economica nazionale. Solo cinquant'anni fa le avremmo affidato il nostro futuro, ora non sapremmo dire quale sarà il suo


di Giuseppe Berta

 


Quale posto spetta all’industria nella storia d’Italia? Se questa domanda fosse stata rivolta cinquant’anni fa, quando si approntavano le celebrazioni del centenario dell’Unità, la risposta sarebbe stata netta e inequivocabile: un grande spazio, come si sarebbero accorti i visitatori della grande mostra di Italia ’61 a Torino. In un certo senso, quella rappresentò, per la città che era stata la prima capitale, una duplice celebrazione: essa valorizzava se stessa come epicentro politico del Risorgimento e come fautrice della modernità nazionale, come testimoniavano i milioni di Fiat 600 e 500 che riempivano le strade del paese. Allora parve a tutti evidente il legame che univa il Risorgimento al progresso economico e sociale che l’Italia conosceva, mentre il “miracolo economico” era ancora in pieno corso. Ma oggi?
 
Ci apprestiamo a ricordare i centocinquant’anni dell’Italia unita dopo che a lungo le cronache economiche hanno riportato tutti i giorni, ossessivamente lo stesso interrogativo: quale sarà il destino della Fiat? Sarà ancora un’impresa, multinazionale, sì, ma italiana? Oppure la celebrazione nazionale coinciderà quasi emblematicamente con la fine del gruppo industriale più grande, quello che, come ricordava talvolta l’Avvocato Agnelli, aveva racchiuso un destino in un acronimo altamente impegnativo: “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. Si comprende perché spaventi anche soltanto la minaccia di un’assenza: se non ci fosse più la Fiat, si aprirebbe un vuoto nella nostra storia collettiva. Avrebbe ancora rilievo in essa l’esperienza industriale?
   
modugnoboom.jpgSi potrebbe persino pensare che, a un secolo e mezzo dalla nascita del nostro paese, l’industria torni a essere ciò che appariva nel 1861: un insieme di realtà isolate nel corpo di una società che rispondeva ad altre regole e sollecitazioni rispetto a quelle indotte dalla produzione industriale. Infatti, a quel tempo esistevano nuclei di industrializzazione legati soprattutto a certe aree del Nord. La carta geografica segnalava alcuni assi fluviali come i primi gangli dello sviluppo manifatturiero: lo Strona nel Biellese, l’Olona fra Varese e Milano, l’Astico nel Veneto, valli popolate di fabbriche tessili che formavano il primo paesaggio industriale. C’erano poi alcuni altri addensamenti industriali, a base urbana, anche nel Mezzogiorno, ma l’industria era ancora un fenomeno immerso nel mondo rurale, l’ambiente severo da cui venivano alcuni protagonisti della vita pubblica, in testa a tutti Quintino Sella, espressione del rigore razionalista che il sistema della manifattura pretendeva e imponeva.
 
Per un altro mezzo secolo e più, almeno fino alla prima guerra mondiale, l’industria avrebbe costituito un fenomeno circoscritto. La sua insorgenza sociale avvenne con la guerra e il primo dopoguerra, con la mobilitazione collettiva dei lavoratori, con la paura della rivoluzione diffusasi durante il “biennio rosso” 1919-20. In seguito, la crescita industriale si manifestò, negli anni del fascismo, con la trasformazione di alcune grandi città, che presero il volto raffigurato da Mario Sironi, con le linee nette e squadrate degli edifici, il profilo dei gasometri, le vie dritte solcate dalle rotaie dei tram.
 
Ma per quasi un secolo l’industria si dedicò a un lungo, molecolare e cumulativo lavoro di preparazione, come la pressione su di una molla che poi, rilasciata, esterna tutta l’intensità della sua forza. Non aveva torto Raffaele Mattioli, il grande banchiere della Commerciale, a dire che il “miracolo economico” era stato il frutto di un accumulo di risorse, capacità, energie, liberatesi di colpo, al punto di trasformare in dieci anni, quelli compresi fra i due censimenti del 1951 e del 1961, una società contadina in una società industriale.
 
Cinquant’anni dopo, col cinismo tipico dei nostri giorni, si potrebbe anche sorridere delle illusioni di quel miracolo, con le sue promesse di benessere individuale e collettivo e di mobilità sociale. Ma quando ci soffermiamo davanti a quelle immagini – agli scooter della prima motorizzazione di massa, alle “utilitarie”, ai frigoriferi, ai televisori e alle lavatrici, prodotti tutti uguali, al pari degli abiti che uscivano dalla produzione in serie – cogliamo la fotografia di una paese giovane e in movimento, sicuro e anche fiero di sé come dopo non lo è più stato. Merito dell’industria? Merito più che altro del fatto che era l’industria a catalizzare tutte le aspettative e a far apparire possibile un cambiamento della condizione di vita degli italiani che non s’era mai verificato prima con analoga intensità.
 
Ciò spiega anche perché l’industria diventasse, alla fine degli anni ’60, il luogo di un conflitto sociale forte e diffuso. C’era la convinzione che la sua struttura produttiva avesse in sé la forza per soddisfare tutte le esigenze, che potesse servire a sanare i contrasti sociali e le stesse contraddizioni territoriali, quelle che non s’erano mai estinte. Una speranza collettiva confusa e di breve durata. Soppiantata rapidamente dal tramonto delle aspettative maggiori: quelle che avevano fatto credere che l’Italia potesse diventare una potenza industriale alla stregua della Germania e del Giappone. (sotto, Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1920)
 sironi_paesaggio-urbano.jpg
Invece, le nostre grandi imprese andarono ben presto in crisi ed emerse un altro tipo di industrializzazione, quella molecolare, fondata sulle piccole, piccolissime e microimprese, che c’erano sempre state ma che divennero il simbolo del nuovo “made in Italy”. Oggi la crisi globale ha spento definitivamente l’enfasi anche sul “piccolo è bello”. L’Italia sembra dubitare di poter riprendere la marcia dello sviluppo con lo stesso passo di una volta. Di qui quel senso di timore che ci attanaglia quando consideriamo le chances del futuro e lasciamo trapelare le perplessità sulla nostra sorte industriale. Oggi temiamo di essere soffocati dalla “mucillagine”, come la chiama il Censis, la massa gelatinosa di attività terziarie che invade il territorio lasciato libero dall’industria. Ma potremo ancora essere moderni senza il rigore industriale, la disciplina dei suoi comportamenti, l’etica civile dei suoi conflitti?



Tags: 150 anni, automobili, boom, fiat, Giuseppe Berta, globalizzazione, industria, macchine, sviluppo economico, unità d'italia,
14 Marzo 2011

Oggetto recensito:

L'INDUSTRIA IN ITALIA

 

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