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POLITICA

Il vincibile Silvio

La legge sulle intercettazioni ferma (forse per sempre) in Parlamento. Il ministro ad personam Brancher costretto alle dimissioni. Gli ultimi avvenimenti dimostrano che con una opposizione dura Berlusconi può essere sconfitto. E nella maggioranza si avvicina la resa dei conti


di Angelo d'Orsi

 


Posso scommettere sulla fine imminente del tiranno? Esagero? Eccesso di ottimismo? Va bene. Mi modero: scommetto sulla non invincibilità di Berlusconi. E la dimostrazione è nei fatti, in un precipitar di eventi che da un momento all’altro potrebbe condurre non al suo passo indietro (non può ritirarsi, pena il sentirsi cadere il mondo addosso; ma non è in grado di proseguire, aggrovigliato in una situazione dilemmatica per la quale si potrebbe persino provare pietà per lui), non quindi al suo farsi da parte, ma alla sua caduta.
 
Congiura di palazzo, come nelle classiche cadute dei despoti; ma anche, e prima di tutto, il combinato disposto fra la sua insipienza politica, la sua cialtronaggine di barzellettiere, e le reazioni vistosamente negative che la valanga di leggi ad personam, per sé innanzi tutto, ma anche per i suoi famigli e clienti, ministri, sottosegretari, senatori e deputati. Il passo falso, l’ultimo per ora, ma probabilmente – e qui sta la mia scommessa – solo per ora, è la legge sulle intercettazioni, un attentato alla possibilità per i cittadini di essere informati, e ai giornali di informare, per tacer del resto, di cui non s’era visto mai l’esempio. 
 
La storia è maestra, scrisse una volta Antonio Gramsci, ma gli uomini sono cattivi allievi. Se Berlusconi ne masticasse qualche briciola saprebbe che il tiranno viene sempre colpito dal delirio di onnipotenza, e, quasi sempre, quel delirio gli risulta fatale. Sta accadendo al nostro satrapo, che ritiene di poter fare tutto, decidere tutto, comandare tutto, guidare tutti, fare e disfare nel volgere di un minuto, dire e contraddire, affermare e negare, alternare il volto truce all’aria bonaria, fare la vittima di complotti infiniti e subito dopo dichiararsi il miglior presidente del mondo.
 
Una bulimia totale lo tiene: di denaro, di donne – intese come oggetti sessuali, naturalmente, non altro – di potere, di visibilità. Lui è lui. Vuole essere dappertutto, raccontare la sua barzelletta grottesca, inanellare gaffe come se fossero altrettante medaglie appuntate sul suo petto gonfiato dall’eccesso di ricorso a “strane” sostanze, oltre che dalla postura che vorrebbero essere napoleonica, ma richiama al massimo lo scudiero del Bonaparte, o, se si vuole, un Massimo Boldi che tenta di far ridere il suo pubblico.
 
Sicché quando venerdì scorso il padrone del Popolo delle libertà annunciava che entro 48 ore avrebbe risolto la situazione, ha suscitato sì la rimembranza di Benito Mussolini, e del suo famigerato discorso del 3 gennaio 1925, quando sibilò alla Camera la minaccia del chiarimento “su tutta la linea” (cui seguì un’ondata di violenze fasciste e l’avvio della costruzione del regime), ma ci ha ricordato pure il meraviglioso aforisma marxiano della storia che si ripete, passando dalla tragedia alla farsa; e il novello duce si è disvelato per un capocomico in disarmo, che non viene preso sul serio ormai neppure dalle comparse. “Penso a tutto”, ha scandito con il sorriso di plastica incollato sul volto: un ostentato sorriso che nascondeva uno smarrimento profondo, davanti a un “capo” che ha perso le redini del suo convoglio: un governo molto oltre la crisi di nervi, una maggioranza spappolata, uno scontro perenne con la magistratura e la stampa non asservita (quel tanto che ne rimane), un conflitto strisciante con il Quirinale, per tacere dei contrasti familiari per la sua stessa eredità…
 
Quest’uomo fa ancora paura? Forse sì, perché una larga parte dei “poteri forti” sono con lui; ma anche in quegli ambienti cresce sconcerto e fastidio, preoccupazione e persino disgusto; altrettanto grave è però il ruolo confermativo giocato dagli italiani e le italiane che sono settimanalmente imbottiti e sedati con la tv del cavaliere. Sono tuttora le mariedefilippi, gli emiliofede, le ivezanicchi, i brunovespa, a creare senso comune nella pubblica opinione, a indirizzarla verso l’adorazione del leader, dispensatore di balocchi e profumi, vittima di un continuo gigantesco complotto mediatico-giudiziario; ma allora sono gli italiani, di cui temere, non Berlusconi, che è, a dire il vero, ormai presenza ingombrante quanto inconsistente, del quale presto (ribadisco) ci libereremo.
 
Degli italiani sarà più difficile liberarci. Certo, se si comincia a mandare a compiere lavori socialmente utili re e reginette dell’intrattenimento televisivo, e le classi lavoratrici prendono ad esempio i coraggiosi di Pomigliano, i temerari dell’ex Eutelia, e i piccoli eroi della sopravvivenza quotidiana, pronti a sacrificare il pane, ma non la dignità, allora possiamo sperare. Non solo di liberarci del Cav, ma di cominciare a pensare che forse l’Italia che non ci sta, dalla scuola al giornalismo, dall’università alle fabbriche, dai servizi alla stessa radiotelevisione di Stato, ha qualche chance di farcela. Eccesso di ottimismo? Va bene, mi modero: possiamo quanto meno affermare: “Non è invincibile”. Anzi, è vincibile.



Tags: aldo brancher, Angelo d'Orsi, benito mussolini, bruno vespa, intercettazioni, iva zanicchi, legge bavaglio, maria de filippi, massimo boldi, napoleone, Silvio Berlusconi,
06 Luglio 2010

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Commenti

Questo articolo apre il

Questo articolo apre il cuore alla speranza. L'idea di cominciare a mandare a compiere lavori socialmente utili re e reginette dell’intrattenimento televisivo, direi che non è male. Ma io estenderei la graduatoria facendoci rientrare anche conti baroni dello show della notizia , chiamati impropriamente giornalisti, come Vespa ad esempio. Sarebbe ora di trovargli una più adatta collocazione ( mi spiacerebbe vederlo disoccupato a fine restaurazione) .Un'occupazione in terra sua magari, per non farlo sentire uno sradicato ( o peggio ancora un esiliato ): a spalar macerie nel centro aquilano. Così , perlomeno , potrà dire di aver fatto effettivamente qualcosa di concreto per il suo principe et signore.

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