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LIBRI - NARRATIVA

Con De Silva il noir è Malinconico

Un ingegnere cui hanno ammazzato il figlio sequestra un camorrista al supermercato. I giornalisti si affollano davanti ai monitor e danno il via a uno show mediatico. Qual è il rapporto tra tv e realtà? Come trasforma il processo penale? In Mia suocera beve torniamo a riflettere con l'avvocato di Non avevo capito niente


di Giuseppe Grattacaso

 


Accanto al reparto dei latticini, all'interno di un supermercato semivuoto, un uomo distinto si avvicina a un “tipo col codino e l'impermeabile alla Matrix”, gli poggia la canna di una pistola sulla guancia, lo ammanetta legandolo al corrimano del banco. Il primo è un ingegnere informatico, l'altro un camorrista, un latitante che è solito frequentare indisturbato il supermercato alla ricerca del suo yogurt preferito. L'ingegnere è un genitore disperato, al quale è stato ammazzato un figlio dalla camorra. I monitor sparsi nei corridoi (è stato l'ingegnere a progettare il sofisticato impianto) cominciano a proiettare le immagini di quanto sta accadendo. All'ingresso del supermercato si forma in breve tempo una folla di curiosi. Il sequestratore, che chiede vendetta per la morte del figlio, inscena una sorta di processo mediatico. 
 
Sembrano gli ingredienti di un romanzo ricco d'azione e di suspence, un noir come quelli che vanno tanto di moda ai nostri giorni. Il problema è che ad assistere alla vicenda, anzi a essere direttamente coinvolto in quanto sta accadendo, è l'avvocato Vincenzo Malinconico. A chi non lo avesse già conosciuto nelle vesti di protagonista del fortunatissimo Non avevo capito niente, precedente romanzo di Diego De Silva, Vincenzo Malinconico si presenterebbe così: “Sono un avvocato di insuccesso, ecco tutto”, confessando fin da subito di non essere certo un duro né un uomo d'azione. 
 
In effetti, mentre la realtà raccontata nel nuovo romanzo di De Silva Mia suocera beve si manifesta con le sue abituali incongruenze, replicata dagli schermi dei televisori del supermercato e dalla cronache dei giornalisti televisivi che presto ci si precipitano, Malinconico si perde dietro pensieri e riflessioni, non riesce a stare dietro alla realtà, perché “è da quando ho iniziato a praticare i palazzi di giustizia che la realtà mi coglie impreparato”.
 
Ma è proprio in questo modo che l'avvocato ci conduce, attraverso digressioni continue e sbandamenti, ad assumere un punto di vista diverso da quello consueto, per il quale tutto è normale, tutto è consentito, tutto in qualche modo può essere digerito. Malinconico smaschera gli ingranaggi, mette a nudo le debolezze del sistema, e lo fa col suo passo stanco, nascondendo le verità dentro frasi dette a mezza voce, dietro un'ironia sottile, con uno sguardo rallentato che distorce i fatti per vederli meglio.
 
In effetti Malinconico procede per associazioni e per similitudini. Gli eventi gli richiamano alla mente altre storie, riflessioni a prima vista bizzarre, considerazioni che lo sbalzano, e insieme a lui sbalzano il lettore, verso momenti diversi della sua vita (comprese due puntatine a spiegare il valore musical-esistenziale di Montagne verdi, cantata da Marcella Bella, e di Diario dell'Equipe 84). La narrazione così si dilata, accumula materiali, e il romanzo Mia suocera beve ci costringe continuamente a spostare l'attenzione verso soluzioni imprevedibili. 
 
Mentre l'ingegnere Romolo Sesti Orfeo tiene in ostaggio il suo camorrista all'interno del supermercato, siamo chiamati a considerare le miserie di una realtà che conosciamo bene: un giornalismo televisivo gridato e becero, quello locale incolto e superficiale, ben rappresentato da una giornalista dalla “ignoranza caprina”, dalla “cronica disinformazione in ogni campo, l'ovvietà disarmante delle opinioni, il moralismo mediocre”, che continua con “agghiacciante disinvoltura” a sciorinare improponibili servizi con la sua “dizione inurbana”. Siamo costretti a riflettere su come i processi penali, diventati materiale televisivo, siano ridotti a pettegolezzo. Indaghiamo il rapporto tra reality show e realtà, e molto altro ancora. Lo facciamo sempre sorridendo, perché De Silva, attraverso il suo personaggio, mette allo scoperto, smascherandoli ironicamente, i luoghi comuni, ripetuti e numerosi, i piccoli vizi ricorrenti e le cadute di tono di cui sono costellate le nostre giornate.
 
Accanto a Vincenzo Malinconico si muovono una serie di comprimari, tra cui spicca la suocera Assunta, detta Ass, che all'avvocato appare straordinariamente simpatica, perché è una di quelle persone “che credono che l'anima esisterà pure, ma non per questo bisogna affondarci il naso dentro”, e non prendono sul serio i propri pensieri. Malinconico invece è succube delle cose che pensa: “I miei pensieri - dice – vanno e vengono dalla mia testa con una libertà, una promiscuità, una tale ostinazione nell'impedirmi di prendere una sola decisione veramente convinta, che mi debilita avere a che fare con loro”. E menomale, perché noi lettori invece ci divertiamo molto seguendo il corso di quegli imperdibili aforismi, delle sue divaganti filosofie.



Tags: camorra, Diego De Silva, Einaudi, Giuseppe Grattacaso, Mia suocera beve, processo mediatico, reality show, recensione,
01 Dicembre 2010

Oggetto recensito:

Diego De Silva, Mia suocera beve, Einaudi 2010, p. 338, euro 18

 

giudizio:



9
Media: 9 (2 voti)

Commenti

Ecco,scalerei almeno di un

Ecco,scalerei almeno di un sole.Perchè è vero che De Silva è un ottimo costruttore di elucubrazioni,più che di trame ,e che comunque la sua scrittura è un parlato/pensato di inusuale brillantezza e accattivante spirito;tuttavia,con questo secondo libro,comincia a rischiare una sorta di maniera,non solo individuale ,ma anche sociologica.Molte infatti sono le forzature che qua e là si affacciano,rispetto a Non avevo capito niente.E questo potrebbe costituire l'inizio di un limite.

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