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ATTUALITA'

Haiti, souvenir dall'inferno

Il massacro del terremoto e l'inquietudine dei quadri naif. Il riso che non si coltiva più e l'eroina che transita a tonnellate verso gli Usa. Le rivolte degli schiavi e le leggende sugli zombie. L'Aids e i dittatori. Immagini di un paese dove la tragedia è quotidiana


di Enrico Deaglio


Quando si è avuta notizia del terremoto, ho mandato una mail alla mia vecchia amica Anna, che vive a Parigi. Una ventina di anni fa, Anna Devoto fu la produttrice e sceneggiatrice di un film del regista tedesco Thomas Harlan, Souvenance. “Sai qualcosa?”, le domandavo. “No, da vent’anni non so più niente, se non che Haiti è diventata una plaque tournante dell’eroina verso gli Stati Uniti, complici governo e militari”.
Il film Souvenance era, sotto la forma di una fiaba, un film militante che ebbe molti premi. C’era un morto riportato in vita, per guidare una nuova ribellione degli schiavi; lottava contro degli zombie cattivi guidati da una donna. In tempi più recenti, ha avuto molto successo il documentario The Agronomist, di Jonathan Demme, vita e assassinio di un agronomo diventato un popolarissimo conduttore radiofonico contro la corruzione. (Me lo ha fatto ricordare la succinta biografia di Guido Galli, l’agronomo toscano trovato morto, e la sua pagina su Facebook).
 
Non so niente di Haiti, se non quello che sanno tutti: la prima repubblica al mondo fondata da ex schiavi; i francesi, i creoli, i riti voodoo, i ton ton macoute, Papa Doc e suo figlio Baby Doc con la bombetta nera, la leggenda degli zombie, gli enormi morti viventi capaci solo di movimenti meccanici, ovvero di lavorare (numerosi studi sostengono che la leggenda abbia un fondamento scientifico, qualcosa legato al cervello profondo, alla catalessi, insomma al sogno del perfetto lavoratore che non parla, non domanda, non mangia). Poi ci sono i quadri naif, sempre a base di morti vestiti a festa, galline decapitate, baracche, tramonti, che hanno un certo valore sul mercato, e che i giornalisti non si fanno mancare, souvenir dell’inferno.
Poi c’è l’Aids, il più alto tasso al mondo di infezioni. Mi ricordo che un mio compagno di liceo a Torino, un giovane genio che inventò i Jesus Jeans – un culo fasciato e la scritta “Chi mi ama mi segua” – si innamorò di Haiti, vi prese casa e, contratta la malattia, tornò per morire in Italia, a quarant’anni.
Poi c’è il riso. Haiti ne potrebbe produrre tantissimo e pregiato, ma questo non piace all’agrobusiness statunitense. E gli Usa, a un certo punto – per promuovere la democrazia nell’isola, per carità! – decisero addirittura l’embargo delle esportazioni di riso, con il risultato che i contadini morirono, gli agronomi vennero uccisi e l’eroina prese il posto del riso.
 
Come sapete, il terremoto (almeno così dicono dalla televisione i predicatori americani) è stato mandato da Dio solo su una parte dell’isola, quella nera degli ex schiavi neri, e ha salvato l’altra parte, la Repubblica Dominicana, che è cattolica, molto più bianca e più prospera. Ascoltando gli inviati, si scopre ora che la Repubblica Dominicana ha rafforzato al massimo le misure di sicurezza ai suoi confini e che gli haitiani che volessero lì rifugiarsi troverebbero probabilmente la morte. Idem se decidessero di scappare via mare, vero Cuba, verso Portorico, verso le coste americane.
Ho ripreso in mano un libro straordinario che parla della parte bianca dell’isola. Si chiama La festa del caprone, di Mario Vargas Llosa; narra dell’attentato al ferocissimo dittatore Raphael Trujillo e del suo dominio trentennale. Questo cominciò negli anni Trenta, quando il suo feudo era protetto ad ovest da un confine poroso, attraverso il quale sconfinavano gli haitiani. Nel 1937 in un solo giorno ne fece uccidere 18mila e poi ordinò ai suoi intellettuali di incorniciare scientificamente il massacro. Questi lo fecero e spiegarono che gli haitiani sono una razza inferiore, pericolosa, portatrice di malattie, immorale. Lo stigma della loro schiavitù, e del loro più grave peccato, la ribellione, persisteva. Era giusto ucciderli, era giusto proteggere la civiltà.
Che la faglia ora abbia distrutto la parte povera e nera dell’isola, è un mistero della sismologia e della fede.


Tags: anna devoto, baby doc, Enrico Deaglio, eroina, faglia, haiti, la festa del caprone, mario vargas llosa, papa doc, raphael trujillo, religione, repubblica dominicana, riso, santo domingo, schiavi, Souvenance, terremoto, Thomas Harlan, ton ton macoute, usa, voodoo, zombie,
21 Gennaio 2010


giudizio:



5.04
Media: 5 (2 voti)

Commenti

bello

9

bello

"Non so niente di Haiti, se

1.08

"Non so niente di Haiti, se non quello che sanno tutti". Onesta premessa, ma per un giornalista dovrebbe servire a introdurre il silenzio, e non la sbrodolata di quello che tutti sanno.

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