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FILM

Non c'è niente da fare, è Silvio forever

Recensiamo il pubblico in sala: c'è chi si arrabbia, chi commenta, chi tace perché l'ha votato e chi si addormenta. Ma alla fine in tutti prevale la rassegnazione, l'idea che il dominio di Berlusconi sia inevitabile. Un'accettazione dello status quo che sembra aver contagiato anche i registi Faenza e Macelloni, come gli sceneggiatori Stella e Rizzo


di Alessandra Testa


Si proietta Silvio forever. Il vero spettacolo è in sala, non sullo schermo. C’è l’insegnante che, dimentica del bon ton, si lascia scappare improperi a ripetizione: «Cazzo ridi, stronzo» sussurra a ogni sorriso plastico. La quarantenne che, ad alta voce, propone una didascalia per ogni immagine, dall’indimenticato contratto con gli italiani firmato nello studio di Bruno Vespa alla vecchietta senza denti a L’Aquila distrutta dal terremoto. E poi lo spettatore che ride per non piangere, quello che dice: «Merda, è la sua simpatia che ci frega», e persino l’anziana che russa. Il cavaliere l’ha convinta subito, può dormire sonni tranquilli.
 
In platea molti sono senza accompagnatore («Devono essere gli infiltrati!», azzarda qualche complottista comunista) mentre quella coppia, pietrificata, c’è da scommetterci che lo ha votato. Si riconosce in ogni fotogramma, ma son le reazioni dei vicini a inchiodarli alla poltrona, a farli sentire soli. Solo al cinema, però. Perché là fuori di persone che pensano che «Berlusconi è un figo e vi tiene tutti in pugno» ce n’è eccome. E anche tu, che non l’hai votato, non puoi che ammettere davanti a cotanta genialità che all’orizzonte non si vede niente e nessuno in grado di strappargli di mano lo scettro dell’imperatore. E tutta la tua rabbia, quella che palesi anche in sala, non fa altro che avvalorare il suo potere: il saper trasformare in oro ogni critica, un po’ facendo la vittima, un po’ giocando sull’eterna profezia che si autoavvera.
 
Sceneggiato da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, diretto da Roberto Faenza e Filippo Macelloni (ma non erano antiberlusconiani costoro?) il film non critica, fotografa. E, chissà se del tutto involontariamente, sembra quasi una proiezione cinematografica del partito dei “responsabili” dove le spine nel fianco diventano “funzionali” al sistema. Senza nulla romanzare, sul grande schermo passano immagini di repertorio; sensazionali (si fa per dire) le interviste gentilmente concesse, ai malpensanti i retropensieri, da Paolo Guzzanti. Qualcosa ce lo eravamo dimenticato (tanto per non assolvere nessuno), altro è così ridondante che ci esce fuori dalle orecchie ancor prima di apparire sul telo. Mamma Rosa che giura (e spergiura), in tempi non sospetti, che suo figlio «lavora sempre» e non lo vedremo mai «in giro con le donnine», non ha bisogno di commenti mentre la voce fuori campo di Neri Marcoré rende il premier ancora più umano aiutando i suoi sostenitori a sentirsi meno sporchi e, peccato mortale, i suoi “nemici” più puliti.
 
C’è poco da ridere, ma ridi. Se la risata è isterica, non importa. È anche questo il motivo della sua immortalità. Mentre scorrono i ricordi di un Umberto Bossi che, negli anni di Tangentopoli, lo accumunava alla mafia mentre ora è il suo alleato più fedele, pensi che in fondo in fondo il bunga bunga (bastava ascoltare attentamente Nanni Moretti o andar oltre le risate finte del Drive in) era largamente prevedibile. Berlusconi è sempre lo stesso: fa avanspettacolo vero, di quelli di una volta. Canta sulle navi, racconta le barzellette, fa aspettare il cancelliere tedesco Angela Merkel (ci sono telefonate che non si possono interrompere!), mostra le corna prima di essere immortalato dai fotografi di tutto il mondo e, soprattutto, fa i complimenti alle belle donne. Se si lasciano lusingare, si sa, magari arriva anche un ministero.
 
Silvio Berlusconi si comporta come fosse ancora al liceo, quando vendeva i suoi appunti ai compagni che già fiutavano il suo «profumo di santità». Del resto, lo sanno anche i muri, «lo attaccano, perché lo invidiano» e anche Roberto Benigni, che fa lo sfottò mentre salta e balla, non fa altro che rimarcare la desiderabilità del paese dei balocchi. Alla fine, il messaggio della pellicola è uno solo: finché Berlusconi esiste, continueranno ad esistere anche gli altri. Partito democratico, che grande oppositore non è mai stato, compreso.
 
A volerla mettere in musica, «menomale che Silvio c’è!». Rizzo e Stella, ce n’era davvero bisogno? Non vi scomodate, la risposta è già nell’aria: le amministrative si avvicinano e, ancora una volta, vedremo il fido Emilio Fede piazzare una distesa di bandierine azzurre sullo stivale più scalcagnato d’Europa. Nel frattempo, Pierluigi Bersani and company continueranno tafazzianamente a fare di Berlusconi l’unico argomento di discussione.



Tags: Alessandra Testa, gianantonio stella, neri marcorè, recensione, Roberto Faenza, sergio rizzo, Silvio Berlusconi, silvio forever,
04 Aprile 2011

Oggetto recensito:

silvio forever, di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, Italia 2011, 85 m.

giudizio:



8.7525
Media: 8.8 (8 voti)

Commenti

Sì però la canzone silvio

Sì però la canzone silvio forever è una bomba, troppo divertente

molto buono

8.01

molto buono

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