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TEATRO

Gli incompiuti di Ronconi

In questo allestimento de La Modestia il regista porta il teatro di Rafael Spregelburd ai massimi termini di indefinitezza. Non c'è capo e non c'è coda nei dialoghi e nelle dinamiche che legano questi quattro (doppi) personaggi, in continuo movimento da un ruolo all'altro, ma mai del tutto "risolti"


di Sergio Buttiglieri


Ripensando al calmo vortice frammentato dei dialoghi di queste quattro coppie uscite dalla mente di Rafael Spregelburd, giovane argentino classe 1970 che continua a sorprenderci, La Modestia diventa una splendida metafora delle nostre esistenze di “frontiera”, intese come luoghi dove le persone negoziano con l’altro da sé.
 
La Modestia, terzo tassello dell’iperbolico progetto Eptalogia ispirato dal famoso quadro "interattivo" di Hieronymus Bosch I sette peccati capitali è la controparte della Superbia. Tutto è possibile quando si ha a che fare con un autore borghesiano come lui, convinto che il mondo capovolto in cui viviamo, in fondo, sia frutto di un errore di traduzione, o che il labirinto più complicato sia una linea retta. L'intera opera di Spregelburd, per cui l’equilibrio, come dice egli stesso, non è una virtù, prende linfa dal teorema di Godel per cui “nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza”. Così come la sua convinzione che “non esiste modestia che non sia falsa”.
 
Grazie anche alla intensità nell'interpretazione di questi 4 attori, fra le migliori presenze del nostro teatro italiano, Luca Ronconi si è divertito a svitare le rigide convenzioni aristoteliche spazio-temporali per riassemblarle in una sorta di simulacro del nostro tempo. Nessuno di noi ormai è mai completamente presente di fronte agli altri. Con la scusa del multitasking parliamo con chi ci sta davanti, ma siamo connessi con un altro tempo, ascoltiamo gli altri mentre siamo persi nei nostri pensieri. Ora, aiutati dalla tecnologia, questo confuso stato percettivo si è ulteriormente raffinato. Siamo insomma tutti irrimediabilmente fuori posto. 
 
Con temi come questi Ronconi ci va a nozze. Il suo spettacolo ideale, come dice lui stesso, è infinito (come il suo indimenticato Infinites, ispirato a Barrow, di qualche anno fa) e apparentemente senza capo né coda, come appunto in questa Modestia, ora ambientata in Sudamerica, ad altri nei paesi dell’Est, apoteosi della struttura frattale. Che sembra un concetto complicato, quasi da pensiero matematico, ma non è altro che la sintesi di ciò che pensa Spregelburd dei suoi personaggi: il non essere veramente mai interi, ma con la capacità di riprodurre questa loro “imprecisione” attraverso il dialogo, malgrado il “non finito“ che attanaglia ogni loro vita mancata - come quella cechoviana, platealmente citata a fine rappresentazione. 
 
Una pistola che non sa uccidere, che non sa sparare, che non sa concludere una delle quattro (duplici) vite, quella di Anija Terezovna/Angeles, che una magnifica Francesca Ciocchetti fa propria. Ironica al punto giusto e, al contempo, disperata e sconclusionata, come quando recita “io mi sono mortificata per lui, mi sono rimpicciolita per lui, per farlo brillare”, convinta che tutto avrebbe potuto concorrere a risolvere la vita tormentata di San Giavier/ Terzov, scrittore mancato (“ vivo una vita spenta”), tubercolotico (“la mia letteratura è esangue”), incapace di adeModestia_paiato,pierobon,ciocchetti,russoalesi_fotoLaSelva.jpgmpiere al suo ruolo di scrittore se non attribuendosi le pagine lasciate dal padre di lei continuate da lei stessa. Tutto per accontentare le aspirazioni da agente letterario di Arturo-Smederovo, un medico mancato, ma anche un marito depresso, restituitoci da un sapido Paolo Pierobon, magistralmente manierato nel tono, come lo era stato già nel precedente lavoro ronconiano La Compagnia degli uomini di Bond.
 
Le situazioni s’intrecciano e si confondono senza soluzione di continuità. La percezione dello spettatore davanti a questi attori che interpretano più personaggi, quasi facendo zapping dai loro rispettivi ruoli, diventa simile a quello che si ha quando in auto si osserva dal nostro parabrezza: se il nostro sguardo osserva il parabrezza non vede la strada, se osserva la strada non vede il parabrezza, e così il parabrezza sarà al contempo presente e vuoto, la strada ci sembrerà al contempo irreale e piena. Lo stesso in questi duplici attori-personaggi: la loro forma è vuota ma presente, il senso è assente ma tuttavia pieno. Ed è forse questa fondante indeterminatezza che porta l’autore a mischiare le due vite di ognuno dei personaggi per confonderci ancora meglio e convincerci che forse del tutto separate le miserevoli vicende non sono.
 
D’altronde, come ci ricordano i personaggi in scena “io so che la verità non risolve nulla” e “non dire una cosa non vuol dire necessariamente mentire”: non preoccupiamoci quindi di non aver capito cosa diavolo fosse la "la ragazza nuda sul pony" piuttosto che la catartica rottura dei vasi di fiori a fine rappresentazione, tramite un misterioso martello che veniva citato all’inizio, accompagnata da musica dissonante e conseguente crollo di mura. Il teatro per Spregelburd oltre a dimostrare la natura menzognera di quella che chiamiamo realtà, sa per sua natura che una parte della propria funzione è parlare di questo vuoto (Shakespeare docet) che consente l’imprevedibile.
 
Ma di che stiamo parlando?” si chiedono ad un certo punto i 4 personaggi doppi sbellicandosi dalle risate, ricordando come da studenti avessero pensato di prendere il potere mentre ora non riescono neppure a ritrovare se stessi. Forse proprio in quanto attori, sono ossessionati dalla fantasia di vivere tutte le vite possibili.

Con un’opera come La Modestia in cui persino ”i cavalli hanno perso la voglia di vivere”, lavoro apparentemente ostico e privo di speranze, lo Spregelburd di Ronconi ci segna nell’anima proprio per la lealtà di fondo dei suoi personaggi, e ci fa venire voglia di ritornare a specchiarci nel suo teatro colmo di casualità complesse. Un teatro di sottrazione, il suo, che deve tanto, per sua stessa ammissione, ad Harold Pinter: “da lui ho imparato quasi tutto quello che faccio”.



Tags: La Modestia, Luca ronconi, Rafael Spregelburd, recensione, Sergio Buttiglieri,
31 Gennaio 2012

Oggetto recensito:

La Modestia, di Rafael Spregelburd, regia di Luca Ronconi

Prossimamente: al Teatro Grassi di Milano fino al 5 febbraio. Qui per aggiornamenti sulle altre date

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