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POLITICA

Il tifo che ci Lega

La passione politica come appartenenza a una squadra e l'esito delle elezioni come il risultato di una partita. Ecco quello che distingue la destra italiana. Oltre alla capacità di girare il miglior cinepanettone


di Gaia Rayneri


Credo che ci sia una differenza sostanziale, nel modo di affrontare la sconfitta, da parte di un elettore della sinistra, o della destra. L’altra sera, mentre riempivo la mia pagina Facebook di dichiarazioni shock del ministro leghista Maroni, e dei suoi compagni (camerati?) Borghezio, Calderoli & co., sono stata accusata di non accettare una sconfitta palese, di non saper perdere. Ho trovato illuminante questo commento, seppur sottendesse una visione delle cose totalmente opposta alla mia.
 
Effettivamente è proprio questo il punto: per un sostenitore di Roberto Cota, della Lega Nord, una vittoria (ma anche una sconfitta) vale oggi prima di tutto come una soddisfazione personale, un momento di orgoglio grazie al quale si può gonfiare il petto davanti all'avversario. Non penso che il meccanismo sia molto diverso da quello di un tifoso durante una partita di calcio: finita la partita, se si ha vinto, ci si sente invincibili, almeno fino al match successivo, dove si sarà di nuovo costretti a ostentare energia per gasare la squadra, sperando che questo sia di buon auspicio per rendere reale l'energia sfoderata. Allo stesso modo, se si perde, si possono spendere alcuni giorni a sospettare dell'arbitro (caso strano, in Italia questo si suole fare anche se si vince, o se si è al tempo stesso giocatore ed arbitro, candidato e Ministro dell'Interno), ma poi la sconfitta si dimentica, in modo abbastanza indolore, perché poco o nulla implica di fatto nello scorrere quotidiano delle proprie vite. Ci si ridipinge il volto di verde, il colore della squadra, e ci si mette sotto, per ripompare il morale – e di solito ce la si fa, anche abbastanza velocemente.
 
Un elettore del centrosinistra, invece, non ha e non può avere questa fortuna. Nei brevi momenti che seguono la sua schiacciante vittoria (non importa se di pochi voti, è sempre schiacciante), l'avversario, giustamente, come si conviene dopo ogni partita di calcio, spende qualche parola per umiliarci, nei limiti del consentito o poco oltre: “Voi, vi siete visti? Fate pena”, eccetera. È a quel punto che mi accorgo che, se avessi uno spirito di squadra, guarderei i miei compagni, mi renderei conto che questa volta è andata così, e che la prossima andrà meglio. Incasserei gli insulti, certa di poterli restituire, a ragione, quando i fatti smentiranno l'esito di questa battaglia, e ci faranno vincere la guerra. Invece, tutto quello che riesco a fare è sentire che quegli insulti non sono rivolti a me; e che, nel lessico famigliare della squadra che li pronuncia, questi insulti seguono un rigore logico che non fa una piega, e che li rende quasi completamente sensati.
 
A questo punto, volendo fare un salto indietro al prima delle elezioni, o sotto di esse, ho bisogno di cambiare metafora. È cosa risaputa ormai, anche se in molti luoghi perfettamente interiorizzata ma non consapevole, che le elezioni sono esattamente come il lancio sul mercato del nuovo cinepanettone. Il cinepanettone è, per sua natura, un prodotto fatto per soddisfare quante più persone possibile, per avere un buon esito commerciale, per rispecchiare valori o trend già esistenti senza imbattersi nel rischio di crearne di nuovi, che potrebbero non piacere.
 
Prendiamo atto (perché, a questo proposito, è l'unica cosa che possiamo fare) del fatto che l'egemonia culturale è, in questo paese, mai come prima di destra, e quindi delle leggi del marketing, della crescita economica, del libero mercato; e prendiamo anche atto del fatto che, dal momento che tale egemonia esiste ed è dominante, per forza di cose qualsiasi ambito della vita (privata e collettiva, personale e politica) che abbia a che fare con la produzione di culture (quindi di immaginari, di visioni del mondo), deve oggi sottostare a questa legge radicata per quanto non scritta, ormai trasversalmente (e sottolineo questa parola) condivisa in nome del buon senso, che spinge tradizionalmente a non discostarsi mai troppo dalla media, perché è lì che, democrazia docet, si trovano le cose “buone”.
 
Se si prendono in considerazione questi due, ormai (tristemente) fondamentali aspetti, il risultato è uno solo: Cota (e la Lega Nord, il Pdl, eccetera) ha vinto, perché meritava di vincere; perché ha interpretato lo spirito del suo tempo ed è riuscito a rispecchiarlo, immutato di una virgola, nel prodotto di marketing che ha venduto di più. Ha creato, in poche parole, il cinepanettone con il maggior numero di incassi.
 
La cosa singolare, in tutto questo, è che Mercedes Bresso non ha perso, come alcuni dei suoi elettori penserebbero, perché invece del cinepanettone voleva creare un prodotto culturale più elitario (come da tradizione “di sinistra”), che per forza di cose ha avuto meno successo immediato, perché la gente (secondo, tristemente, critica di sinistra anche qui) “non legge, non si informa, non va a teatro, è stupida come una capra”. Questo al massimo è ciò che avrebbe fatto certa sinistra radicale, ormai (o da sempre) esclusa – per volere del “marketing” o per scelta propria, per avversità al sistema partitico eccetera – dalla scena parlamentare: avrebbe creato un prodotto che non rispecchiasse nessuno dei valori attuali, ma invitasse lo spettatore a “migliorarsi” per poterlo capire; avrebbe prodotto immaginari, risignificato categorie già esistenti, e così via.
 
Mercedes Bresso invece, e con lei il centrosinistra, era invece probabilmente ben conscia (anche se forse un po' meno di Roberto Cota) del fatto che quello che si doveva fare era un cinepanettone: semplicemente, come da tradizione per il partito da cui proviene, ha meno dimestichezza con le leggi del mercato, con gli effetti speciali, e così ha creato non il prodotto più “brutto” (nella sostanza, non differivano di molto), ma quello che ha venduto di meno. Cota ha subito capito che qualche stacco di coscia in più (le Padanine), qualche battuta alla portata di tutti (focacce e rinfreschi gratis ai Cota Day), avrebbero garantito un successone. È quindi lecito dire che, secondo le leggi che i due contendenti si erano dati, la Lega Nord ha vinto meritatamente, punto.
 
Mercedes Bresso, da signora, incasserà la sconfitta, guarderà nel borsello del produttore per vedere se riescono a farci uscire un nuovo film. Forse arruoleranno degli attori di destra, o copieranno qualche battuta, perché è giusto che sia così: del resto, anche nelle case editrici vicine, da tradizione, al suo partito, gli autori che hanno il potere contrattuale (e, spesso, la considerazione) più alta sono quelli che hanno saputo vendere, non quelli che hanno lavorato troppo per rendere poco, o meglio pochi lettori.
 
Migliaia di persone come me, invece, che si sono costrette a votare per la squadra dalla maglia rossa, ma solo perché sembrava che quella dalla maglia verde, pur essendo più popolare, a volte sull'onda dell'euforia picchiasse alcuni avversari o alcuni passanti, o facesse in modo di metterli a morte, quelle persone come me, che pure non condividevano lo spirito di squadra con chi ha perso, questa sconfitta non la incasseranno mai.
 
Quello che noi abbiamo, e che la squadra rossa non ha, pur provando a imitarci, pur simpatizzando, sporadicamente, per noi, sono le differenze: noi siamo i giocatori con una testa troppo grande, o troppo piccola, con una mano da sei dita, con un occhio solo, con tre seni anziché due, con le magliette sbrindellate e poco conformi alla divisa della squadra. Noi potremmo giocare, perché le gambe ce le abbiamo buone, alcuni di noi magari anche migliori di quelli che hanno gli occhi al posto giusto, o il normale numero di dita: eppure ci hanno detto che non potevamo.
 
Siamo stati messi davanti a una scelta: la squadra rossa, osservandoci velocemente, avrebbe assoldato qualcuno dei loro e avrebbe provato a fargli assumere le nostre sembianze. Magari si sarebbe incollato un terzo occhio finto, per somigliarci. Avrebbe provato, così conciato, a immaginare quali sarebbero state le sue nuove esigenze: poi, al momento giusto, si sarebbe tolto l'adesivo, constatando che così era tutto più semplice, da vivere, gestire e organizzare. Poco importa, ormai, perché la squadra rossa ha perso.
 
La squadra verde, invece, ci avrebbe lasciati giocare senza batter ciglio: avrebbe posto solo una condizione, cioè quella che fossimo dichiarati idonei alla visita medica. Il dottore, che ci avrebbero probabilmente fornito gratis (la stessa Lega, a Torino, aiuta i migranti di San Salvario), nel constatare che avevamo un braccio troppo lungo, o uno troppo corto, o un occhio strano, ci avrebbe curato da capo a piedi, così che la nostra differenza sparisse, e potessimo a pieno titolo rientrare nella squadra, dove ci avrebbero accolti a braccia aperte. L'unica cosa che ci avrebbero chiesto, in cambio dei servizi che ci offrivano, sarebbe stata, per favore, di non pensare più a quella brutta squadra rossa.
 
Questa sarebbe stata l'unica, sostanziale differenza tra le due: la squadra rossa, invece, avrebbe volentieri aperto le sue fila a un giocatore verde, senza chiedergli di cambiare, ma anzi ritenendo che proprio in virtù del suo essere verde avrebbe portato la squadra verso un miglior risultato. E, ancora prima, avrebbe promesso di offrirgli comunque i servizi di cui necessitava, in quanto persona prima che giocatore.
 
Siamo donne, omosessuali, transessuali, migranti, disabili: siamo la differenza. Siamo una gran parte della popolazione, eppure nessuno gioca per noi, neppure il Derby del cuore o la Nazionale Cantanti. Da oggi, le nostre vite saranno tutelate, questo ci promettono, in cambio di un (per chi non lo compie) insignificante favore: rinunciare alle nostre differenze.
 
Gli zingari non dovranno più vivere nelle baracche, perché così conciati sono indecorosi, perché fanno puzza, perché tutti hanno capito che si deve vivere nelle case e non si vede perché loro no; gli omosessuali potranno serbare, in cuor loro, i loro gusti bizzarri, ma perché non riescono a mettersi in testa che, se i normali passeggiano mano nella mano, è solo perché non desterebbero scalpore?; le donne saranno sempre le benvenute, specie se belle e nude; i transessuali, ma possibile che non sappiate accettarvi così come siete, come fanno tutti? e se vi operate, per favore, dovete per forza arrivare a risultati così grotteschi, raccapriccianti?; gli stranieri, a patto che imparino a fare il bollito col bagnetto verde, sono i benvenuti, se lavorano (del resto anche noi, quando emigriamo in Inghilterra, impariamo subito a mangiare la pizza all'ananas con la maionese sopra); e anche i disabili, con preferenza per quelli che non spaventano la gente, verranno al più presto curati.
 
Se vogliamo restare noi, se continuiamo a credere nell'uguaglianza come diritto e nella diversità come valore, se non siamo disposti, perché non possiamo, biologicamente, culturalmente, deliberatamente, snaturarci, se non a costo di una lacerazione interiore incolmabile, allora sicuramente da questa sconfitta non ci riprenderemo mai.
 
La tolleranza dev'essere estesa a tutti, tranne a coloro che negano il principio di tolleranza (Norberto Bobbio)



Tags: calcio, elezioni, elezioni amministrative, Gaia Rayneri, lega, mercedes bresso, pdl, roberto cota, tifo,
01 Aprile 2010


giudizio:



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Commenti

Ehhh?Per favore vuoi essere

Ehhh?Per favore vuoi essere più chiara?non ho capito l'ultima frase.Il mio pensiero è questo:la destra vince perchè parla alla pancia della gente,racconta cazzate e la gente ci crede.A sinistra c'è una massa di psicointellettuali che si complicano la vita con psicodiscorsi (sono come te)che già è un miracolo se li capiscono loro.Ma la gente è cosi' ignorante?SI,la risposta è si.La gente per buona parte è molto ignorante(che ignora e altro)per un'altra buona parte è schifosamente opportunista(della serie piatto ricco mi ci ficco).Allora cosa si deve fare?Si deve fare esattamente come fanno loro,solo dopo applicare le proprie idee.Il pensiero cosi' formulato non è molto semplice da applicare perchè viene formulato in modo troppo complicato.Ma il tuo era un discorso politico o più semplicemente ti stavi mentalmente masturbando?

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