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POLITICA

Magna Grecia

Il debito pubblico sta divorando i nostri vicini. Sono cavoli loro? No, sono cavoli amari


di Mino Fuccillo

Una scena dal film "Il mio grosso grasso matrimonio greco"


Di nome fa debito ma di cognome c’è scritto pubblico. Mi chiamo forse “pubblico” io? No, e allora non è debito mio. Non c’è bisogno di sondaggi: il 99,9 per cento degli abitanti di qualunque landa economicamente evoluta la pensa e la vive così. Pensiero epidermico e profondo in questo caso coincidono, si fondono: è un debito che “io” non pago. Glielo puoi sbattere in faccia a “io” che il debito pubblico un intero paese se lo può anche mangiare, che di debito pubblico una nazione si sfarina, che il capo di un governo a fianco, quello greco, avverte e lamenta: “Il debito ci toglie la sovranità”. “Io” non si scompone e non si turba, e che sarà mai questa sovranità? Qualcosa che non si mangia, astratta proprio come il debito che non si paga. Così va la testa della gente, tutta. Il mondo va da un’altra parte, tutto.

 

Da più di un anno il mondo, le banche, le famiglie, le imprese, i grandi mercati e i piccoli conti correnti, non sono letteralmente falliti per debito solo perché gli Stati, tutti gli Stati, hanno emesso giganteschi e planetari “pagherò” per conto e al posto di tutti i debitori. Enormi quantità di debito privato non solvibile, non pagabile sono stati trasformati di fatto in debito pubblico. Garantito certo, ma di certo non pagato dagli Stati e dai governi. Meno male che hanno fatto così, altrimenti sarebbe stata bancarotta di banche, famiglie, aziende… Meno male, ma la gente ha capito male: mentre Stati e governi emettevano “pagherò” grandi più o meno quanto il capitalismo, la gente emette un corale “Non ti pago”, ottuso, testardo, genuino e disperato come quello di Eduardo De Filippo nell’omonima commedia.

Nessuno si azzarda a dirglielo a “io” che deve pagare. L’idea è quella che si troveranno i soldi per pagare con relativo comodo diventando tutti più ricchi. E in effetti, con quella che si chiama “crescita”, se non ce li spendiamo altrimenti, i soldi per pagare si potrebbero trovare. Ma quanto e quando si può “crescere”? Ad un ritmo, diciamo così ottimistico, del tre per cento annuo del Pil si dovrà attendere il 2014/2015 per tornare ad essere ricchi come nel 2007 prima della crisi. E allora? Ci vorrà pazienza e olio di gomito ma il mondo tornerà come prima…

 

Mica tanto, anzi per nulla. Per “crescere” noi europei e americani indebitati dobbiamo vendere merci a qualcuno. “Qualcuno” sono cinesi, indiani eccetera. Ma se loro comprano più di prima, smettono di risparmiare come prima. Il loro gigantesco risparmio consiste finora nel “comprarsi” il nostro debito: sono loro che finanziano il nostro debito pubblico. Se comprano altra merce, comprano di meno i nostri titoli pubblici. Se dunque “cresciamo” perché comprano le nostre produzioni, dobbiamo diminuire il nostro debito, cioè cominciare a pagarlo perché costerà sempre di più in tassi di interesse. Se invece cinesi e indiani eccetera continuano a finanziare il debito americano ed europeo, allora non comprano i nostri prodotti e la “crescita” resta nana. Dunque trovare i soldi per pagare il debito pubblico per mezzo della crescita passa per una sola strada: minore, molto minore spesa pubblica. Se “io” ci pensa si accorge che per questa via, la più indolore, paga, eccome se paga.

 

Poi ci sono altri due modi di pagare il debito pubblico. Le tasse. Ma stia tranquillo “io”, le tasse non verranno, ci si perdono le elezioni, a Washington, Roma e Berlino. Oppure l’inflazione: se ho un debito di cento e un’inflazione del dieci per cento, il valore reale del debito cala a novanta. Smetta di essere tranquillo “io”, l’inflazione farà parte della "exit strategy". Che non è come “io” orecchia e spera l’uscita di sicurezza dalla crisi, è invece la strategia per pagare il debito: meno spesa pubblica, cioè meno stato sociale e integrazioni al reddito di categorie e corporazioni, e meno valore di salari e patrimoni per via di inflazione. Il tutto condito dalla speranza di trovare il dosaggio esatto: le “rate” giuste per pagare.
Oppure se ne può provare un’altra di exit strategy, la tentazione non manca. La Grecia? Chi se ne frega della Grecia, la si molli fuori dall’Europa, nessuno paghi per Atene. E dopo la Grecia, magari il Portogallo. Si faccia come un’astronave che sgancia nello spazio i compartimenti in avaria. In fondo “io” lo sta già facendo anche se non lo sa: per non pagare stiamo già mollando i compartimenti dei quarantenni e trentenni a lavoro precario mascherato da partita iva. Pagano i contributi e non avranno pensione. “Io” li ha già mollati: paghino loro i suoi debiti quando “io” sarà al sicuro, magari già morto.

La Grecia: un governo di destra che truccava i conti del deficit e del debito e giovani di sinistra in piazza che gridano: “Noi non paghiamo la vostra crisi”. In fondo gli opposti poli di un solo e solidale coro che canta: “Io non pago”. La Grecia: l’ultima della classe? No, solo la prima interrogata nella scuola disertata della realtà.



Tags: atene, crisi economica, debito pubblico, deficit, exit strategy, grecia, inflazione, Mino Fuccillo, pensioni, portogallo, spesa pubbica, stati, tasse,
15 Dicembre 2009


giudizio:



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Commenti

È sempre un piacere leggere

9

È sempre un piacere leggere Fuccillo

Nonostante i fiumi limacciosi

Nonostante i fiumi limacciosi di parole sull'argomento, non avevo ancora trovato un'analisi così acuta e chiara di quello che sta succedendo. Grazie a Fuccillo.

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