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ritratto di Gianluigi Ricuperati
di Gianluigi Ricuperati

Che cos'è il nervosismo?


Voglio raccontarvi una storia. Un giorno, a pranzo, ho preso a male parole una famiglia che faceva urlare e piangere il bambino a tavola: era undici anni fa. La pizzeria si chiamava Sorrento, ho sempre avuto il sospetto che usassero le croste delle pizze non mangiate per fare il pane che poi servivano come coperto. Per favore, potete far tacere la lingua del poppante, sto cercando di concludere una discussione intrigante. Pranzavo con una fanciulla dai capelli lisci e gli occhi piccoli: non mi capiva, non scorgeva il lucore ironico dietro lo scatto in avanti dei nervi, a scrollare l'albero delle reazioni. Era a teatro e non lo capiva, non lo capiva. 
 
Tutta la mia esistenza è stata costellata da improvvisi scoppi d'ira e di perdono. Fughe, attacchi, e sotto tutto questo bruciore, una domanda: cos'è il nervosismo? È una sorgente? È una fonte? Un diaframma energetico? Una forma? Un trasferimento sinattico? Uno scolo di molecole? Aiutatemi a trovare una scala Richter del nervosismo. Diventate adepti della religione di Gerhard Richter. Non commentate questo blog. Siate delicati. Io vi amo, ma vi odio però. Vi amo tutti.
 
Il nervosismo è leggere la prosa scontata dei vicedirettori di Repubblica. Il nervosismo è la sordida inconcludenza delle frasi che ascolto quando vado a bere il cappuccino, impiegati di banca e commessi che vivono come ragazzini delle scuole medie, un mondo delimitato da piccoli cerchi di insoddisfazioni e soddisfazioni. Ora il carattere è cambiato. Sono più ipocrita e ingoio il seme delle mie possibili reazioni. Mi piace la difficoltà. Non vi sopporto. Poi vi chiedo scusa. Poi vi detesto di nuovo, inutili frequentatori di questo blog. Vale la pena di lottare con voi, per tirare fuori reazioni sensate.
 
Non sopporto l'inutile messe di commenti al sito di Repubblica, ai blog. Ma perché, anziché commentare, non vi mettete a leggere? Leggere Barthes, Šklovskij, Roth, Bellow, Luc Sante, Flaubert, Maupassant, Jung, e tutti gli altri. No, Jung no, lasciamolo perdere.
Leggete Breyten Breytenbach
 
Perché il vostro cervello non produce pensieri più sottili? Perché devo ascoltare il modo in cui fate notare gli errori procedurali? Perché non ascoltate musica sempre nuova? Perché non siete il miglior critico musicale del pianeta, il più potente concentrato di pensieri pensati a un tempo solo? Perché non avete la mitezza dell'approccio di Matteo Pericoli? Perché non ascoltate il Theatre of Voices? Perché non ascoltate The Antlers, Anne Sofie von Otter e poi anche i Baustelle, e poi Dai canyon alle stelle di Messiaen? Perché non vi stordite di pesci alcolici al porto di Amsterdam? Perché non capite che i blog lasceranno solo una filanda sconcia di confessioni nervose? L'intera storia della produzione di conoscenza verrà bagnata dalla luce di un uomo cui saltano i nervi?
 
Qualche giorno fa ho incontrato in un bar di Milano Franco Debenedetti, un uomo intelligente e ultrasensibile, che mi ha fermato il sangue sul polso per farmi capire che ci stavamo capendo. È l'unica creatura più nervosa di me sotto la volta celeste di via Meravigli. Lui ne ha settantasette e io trentadue. L'operaio che sta rifacendo il terrazzo di casa mi ha appena rivolto un gesto amichevole, la maglia di nuvole si è aperta dando l'impressione che la stagione sia effettivamente giugno. L'ennesima sinfonia si è involata nel percorso elettronico ariele degli mp3, togliendo il posto a Jacques Brel. Vorrei scrivere del diario filmato di un regista d'avanguardia. Vorrei che battesse meno forte il cuore. Vorrei essere una persona migliore e dare un senso a ogni stretta di mano.
 
Cosa fuggi, non c'è modo di scappare. Perché devo combattere con la signora sposata che gestisce il conto corrente e che applica solo le regole? Poverino, è andato fuori di testa. Perché non dovrei usare due pesi e due misure? Non sei divertente, capisci?
Perché dovrei negare che l'unico piacere da cui si sopporta di ricevere piccole dosi di dolore è quello di frequentare menti eccellenti?
 
I gruppi su Facebook delle lesbiche, il sentimentalismo delle lesbiche su Facebook, l'orrendo degrado dei ragazzini con il taglio Kandinskij: l'orrendo taglio del discorso che avverto tra le parole di una conduttrice radiofonica che m'intervista chiedendomi idiozie. Lui non vuole che la sua ragazza legga quelle frasi incise, quelle frasi amare.
 
Il padre mi ha rincorso per tutto il locale e ho dovuto piegarmi ai suoi colpi, dietro lo sguardo del cuoco che stava dalla sua parte, perché l'unica mia alternativa era l'Africa fiammeggiante del forno in cui stavano bruciando le pizze.


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 8 giugno, 2010 - 15:35


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di Gianluigi Ricuperati

orror


caro lettore ignobile,
l'orrore della domenica non si supera nemmeno con la consapevolezza di essere più fortunato di te.
l'orrore della domenica ricorda quello di Steiner, ne La Dolce vita
e la Dolce Vita mi fa venire in mente Flaiano
più che Fellini
e questo dice tutto della deprimente piana su cui si compie il picnic dell'orrore della domenica,
e Flaiano mi fa venire in mente la figlia handicappata di Flaiano e la sua disperazione
comprovata da questa frase:
'vivere è una serie di errori interrotti a tempo ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente; finiti gli errori, finito tutto'.
credimi, caro lettore di blog, utente della rete invidioso perchè seduto sul tuo divano,
mentre sulla tabletta del macbook ipad iphone si svolge la rotolante meraviglia di tutto ciò che è vano e squilla
credimi: sei qui per leggere, sei qui per perdere tempo
i battiti della tastiera - il soffice sconforto dei polpastrelli sul vetro sensibile
tutti i singoli io-tocco di questo pianeta
sono la metrica di questo orrore domenicale pieno d'invidia per le domeniche di tutti gli altri
per le domeniche perdute
che erano esattamente uguali a questa
e non volevi vederle
e non volevo viverle.

non mi sono mai invidiato, di domenica
e persino steve jobs, la domenica, pensa che sia tutto completo, finito, completo di errori.



Inserito da Gianluigi Ricuperati - 25 aprile, 2010 - 11:27


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La virtù (politica) non sta nel mezzo


La cosa allucinante è che per l'uomo medio - diciamo il commerciante, il pensionato di basso profilo, l'operaio nella sua incarnazione da ventunesimo secolo, l'impiegato brutale, il piccolo imprenditore e l'artigiano, generalizzando - il governo regionale della Lega in Piemonte sarà MOLTO migliore ed efficace di quello di centrosinistra. E' solo sulla prospettiva e sul divertimento serio, sulla profondità di campo esistenziale e sociale, che sarà un disastro.
 
Ma se non siamo capaci di assorbire un gruppo di valligiani che si oppongono alla costruzione di un tratto ferroviario; se non sappiamo manovrare i neo-populisti usandoli e poi mettendoli nell'angolo; se non sappiamo gestire il grande numero - non dovremmo fare politica. Un eccesso di idealità o un eccesso di cinismo sono le due sole vie. Bresso, Bairati, etc, sono purtroppo come noi - le élite urbane confuse, ambiziose, appena un po’ visionarie, gentili e inoffensive: né abbastanza idealiste né del tutto ciniche.



Inserito da Gianluigi Ricuperati - 30 marzo, 2010 - 11:02


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Sette piccole note


1. Ho passato diversi giorni in ospedale, da visitatore/parente, in un reparto ginecologico-oncologico. Le vestaglie di donne anziane e giovani dettano il ritmo di passeggiate incerte. Ho avvistato ancora una volta la disgrazia del corpo femminile: ho avvistato ancora una volta la grazia del modo femminile. Un’infermiera con i tacchi faceva girare la testa a signore pallide che avevano appena vomitato.
 
2. Durante una cena in piedi ho avuto una conversazione interessante con Ginevra Elkann - tra le poche persone non americane che conosceva il Museum of Jurassic Technology dell'intrepido Mr. Wilson. In Italia ci sono tre categorie: le persone di qualità, un gruppo instabile e mutevole, le persone mediocri - molte, compatte, fintamente glaciali come gli occhi di Roberto Cota - e infine le persone che conoscono la straordinaria wunderkammer raccontata da Lawrence Weschler nel suo meraviglioso libro Il gabinetto delle meraviglie di mr. Wilson. La prima volta, nel 2000, varcando la soglia nera dello smilzo edificio nella periferia di Culvert City, Los Angeles, ricordo di aver provato una sensazione pensata, un concetto chiaro e forte espresso sotto forma di brividi e visione: lo Stupore Infantile brillava tra noi, e ballava con passaporto americano.
 
3. Sto leggendo Storia della mia purezza, libro per ora bellissimo di un romanziere italiano - e mio fratello in armi - Francesco Pacifico. Romanziere italiano è un'altra categoria fatta di eccezioni, come diceva Giuseppe Pontiggia. La gara è aperta, e lui ha fatto diversi passi avanti: chi diventerà il Saul Bellow cattolico-romano?
 
4. La scorsa settimana è iniziato con successo un lungo cammino chiamato Canale 150. Trovate tutto su www.canale150.it. Centocinquanta italiani di oggi racconteranno centocinquanta italiani di ieri. Un festival ipercinetico di racconti orali, che andrà su La7 e si muoverà nell'etere in diversi modi. Poi diventerà un libro - una repubblica fondata sull'individuo. Bisogna lottare, e lottare da soli, contro questa meravigliosa malattia dell'essere italiani, di vivere qui. Si lotta spostando il proprio corpo più velocemente possibile, smettendo di adagiarsi, vivendo in costante conflitto con le proprie abitudini. Si lotta sputando e mangiando, e ricomponendo il piatto andato in frantumi.
 
5. Quando scrivi sul domenicale del Sole24Ore ricevi bellissime lettere da uomini colti e anziani sparsi come piante rare sulla neve della penisola. Uno di questi ha passato tutta la vita a scambiarsi lettere con Cristina Campo. Poi mi ha raccontato che la sua casa è andata in fiamme.
 
6. Ero a Ciampino, quando Gillo Dorfles, che ha cent'anni, mi ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica del cellulare. Poi il piccolo aereo ha effettuato il decollo. L'idea improvvisa, in mezzo alle nuvole italiane, di lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica di un ragazzo che sta per nascere. Fra settant'anni.
 
7. Nel frattempo sono morti Alex Chilton e Mark Linkous, due scrittori di canzoni malinconiche. La forma del blog ha qualcosa in comune con l'attività infantile di mettere in ordine le briciole sul tavolo. Le briciole, tristezza e inconsistenza. "Non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso" - diceva il protagonista di 8 e 1/2. Chiediamoci cos'è un museo. Chiediamoci cos'è un romanzo. Rimettiamo in circolo l'energia e non sprechiamo tempo con i commenti.



Inserito da Gianluigi Ricuperati - 25 marzo, 2010 - 12:50


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Cose che rendono sopportabile il sabato italiano


La chiave per il laboratorio del dubbio di Carsten Höller. 
 
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Il nuovo disco dei Gorillaz, un costrutto pop contemporaneo, colto, divertente e onnicomprensivo, cui non manca niente: un "serio divertimento". Proprio come dice Lorin Stein, con il quale mi sono congratulato la scorsa settimana per aver ottenuto la direzione della più prestigiosa rivista letteraria del mondo, Paris Review: "la letteratura dev'essere un serio divertimento". E oltretutto, chi prova la versione iTunes LP non avrà più nostalgia dei negozi di dischi, perchè farà finalmente esperienza di immagini e suoni compresenti e organizzati, felici anche quando sono malinconici: divertenti anche quando sono seri. Il gioco di Damon Albarn è divertente perché è serio.
 
Un vecchio numero di Parkett, con una splendida serie di opere di Trisha Donnelly.
 
Un libro, La consistenza della luce,  cui manca qualcosa. Per esempio una citazione del bellissimo testo di Lawrence Weschler, L.A. Light.
 
In the Neighborhood
di Tom Waits. La colonna sonora straziante di un funerale che deve ancora succedere. Le nostre vite, in realtà, sono puntellate da funerali che devono ancora succedere.
 
Neighborhood # 1
degli Arcade Fire.
 
I Notebooks di Francis Scott Fitzgerald che hanno dato origine a un volume di McSweeney’s in cui diversi scrittori ampliano e danno forma a idee espresse in nuce dall’autore di Tenera è la notte.
 
Il primo capitolo di Il tempo di una canzone di Richard Powers, in cui il narratore scrive del protagonista: “Mio fratello canta per salvare i buoni e per far sì che i malvagi si tolgano la vita”.
 
La consapevolezza che nessun regista di serie tv godrà della stessa selvaggia libertà di David Lynch nel produrre gli episodi progressivamente sempre più devastati e surrealisti di Twin Peaks – e la consapevolezza che gli episodi migliori, quelli che resteranno, sono meno dotati di selvaggia libertà: si piegano alle costrizioni: s’inginocchiano al doppio culto della dipendenza narrativa: la religione del personaggio (un brodo, una densità) e la religione della trama (un filo, una terra-piatta). Due religioni violentemente razionali.


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 15 marzo, 2010 - 10:49


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di Gianluigi Ricuperati

Pochi ma buoni


In Italia – il paese della tristezza, in cui milioni di persone vivono come illetterati e i pochi alfabetizzati includono i lettori di La Padania e il Giornale, per non parlare della scadente qualità intellettuale dei molti fogli di “centro-sinistra” – si accendono di tanto in tanto scintille insperate. Come nelle società in ascesa e non in discesa, il dilettantismo di qualità prevale sul dilettantismo populista. Succede con le colonne digitali della testata che leggete in questo momento. Succede con i tanti e diversi piccoli e medi editori che conducono una titanica lotta culturale, spesso dimostrando che si può farcela anche senza mettere il dito in bocca alle infantili, astute, “leggi” del marketing. Succede con certi scrittori. Succede con certe gallerie. Succede con certi giornalisti e operatori culturali (pochi ma buoni). Succede nei meandri delle attività che animano il ventre italiano, dandogli un senso che non porti soltanto alla raccolta degli scarti. Succede con certi quotidiani, con certe riviste e con certe coraggiose istituzioni. E credo, senza inutili pudori, di poter affermare: l'ho visto succedere, lo vedo succedere, a pochi passi da me. E' dunque in ironica foggia sacerdotale, invocando lo spirito dei “geniali dilettanti in selvaggia parata”, che mi accingo a raccontare una questione pubblica – ma anche un po' privata.
 
Sono stato chiamato da Andrea Bellini (e Beatrice Merz) a contribuire al programma di attività culturali del Castello di Rivoli, una delle istituzioni più prestigiose del mondo. Insieme, abbiamo capito che avrei potuto occuparmi di figure “irregolari”, esistenzialmente e disciplinarmente (forse è la stessa cosa?), e avrei potuto vestire il ruolo di curatore da scrittore, e iniettare nella curatela qualche fragile seme di solidità letteraria. Ecco il testo con cui ho dato forma al progetto degli Irregolari, una serie di convegni performativi, féerie della produzione di conoscenza in pubblico, incentrati su figure di poeti, artisti e intellettuali a cui “piacciono le scelte radicali”.
I nomi irregolari della programmazione del Castello di Rivoli saranno: Emilio Villa e Amelia Rosselli (“la centralità della poesia”), Lawrence Weschler / Luc Sante (“i bassifondi e le convergenze”), Emile de Antonio / Delmore Schwartz (“i prìncipi dell’antimateria”). A ogni coppia di “irregolari” verranno dedicate le giornate di weekend di giugno, settembre e novembre.
 
"Il futuro si fonderà sulle riserve invisibili, scrisse verso la fine della propria vita il grande autore italiano Giuseppe Pontiggia. Nell’astrofisica, Irr-1 sono le galassie irregolari, ‘che non presentano forma e neppure massa comune, spesso contraddistinte dall’essere spiraliformi e contenere enormi quantità di polveri e metalli’.
Noi crediamo che le riserve invisibili siano anche quelle costituite dalle traiettorie di pensiero, di accensione intellettuale, di produzione che hanno caratteristiche anomale, difficilmente accettate dalla stolida contemporaneità, coraggiose per eccesso di generosità, generose per eccesso di coraggio. Donne e uomini che hanno attraversato le arti connettendo le discipline in modi inimmaginabili prima. Poeti, autori, artisti che hanno sorretto il corso della Storia con il proprio carico di volontà, di qualità, di opere, spesso accucciati nella tenace invisibilità di trincee imposte dal mondo o dalla mente.
Spesso gli irregolari sono letterati o poeti perché il legame tra letteratura e arte e produzione di conoscenza è oggi più vivo che mai, proprio perché la parola letteraria vive in un’area di progressiva minoranza, di ‘irregolarità’ urgente".


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 15 febbraio, 2010 - 13:22


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di Gianluigi Ricuperati

Le conseguenze virtuose delle bombe


Ho letto su una bellissima rivista francese, XXI, la storia delle isole “rattrappite” dagli effetti degli esperimenti nucleari (americani, francesi eccetera) negli anni cinquanta. Alle mamme delle isole Marshall, che davano alla luce bambini malformati, bambini-medusa, bambini-con-la-coda, le autorità statunitensi, che avevano la proprietà di quel gruppo di atolli sospesi nel mezzo dell’Oceano Pacifico, dicevano che doveva essere per forza la sifilide. E questo ovviamente gettava sulla loro vita matrimoniale ombre e vergogna, visto che partorire un feto rimasto minuscolo a causa dell’effetto delle radiazioni veniva percepito come lettera scarlatta e stigma dal “sapere” popolare, in tutto dipendente dalla cattiva o non-esistente informazione provvista dal “potere” dello Stato, in quel caso americano.
 
Mi ha colpito la forma della rabbia di una cittadina delle Isole Marshall, raccontata dall’articolo, una certa Ljion, che da tempo ha rinunciato a essere madre dopo aver fatto nascere diverse creature “irradiate”, mi ha colpito con la forza eufonica del francese pourquoi. Ripete mostrando al giornalista le fotografie dei feti malformati, pourqoui, pourquoi, pourquoi.
Le centinaia di esperimenti nucleari effettuati sotto la volta celeste e sotto la crosta terrestre ispezionano la storia del Ventesimo Secolo come una lunga colonna verticale di stetoscopi feroci, sintomi e strumenti al contempo, feroci contro qualunque cosa esistente: la terra in sé, i frutti che essa può dare, il corredo genetico delle popolazioni (la memoria “genetica” che ho indagato anche nel libro sul Vietnam, Viet Now, uscito da Bollati Boringhieri, la memoria che non si arrende mai, è quella intrecciata alle modulazioni infinitesimali dei nodi ribonucleici): la mente e l’immaginazione e la possibilità di vita di queste sfortunate vittime, schiacciate senza sosta dalle urgenze della ragione di Stato.
Che però, pensavo mentre leggevo il pezzo, eppur sussiste. Quella colonna verticale di scoppi, anima e condanna del Ventesimo secolo, non saranno stati forse la garanzia che le bombe denominate da lettere, le H, le A, termonucleari o al plutonio, definitivamente distruttive o infinitamente distruttive, non hanno sprigionato la propria forza contro il resto del genere umano, contro il resto del paesaggio?

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La ragione di Stato è l’operazione di sottrazione fra noi e qualche loro. Non ci sono dubbi. I dubbi, naturalmente, coincidono con la definizione programmatica di chi debbano essere i “qualche loro” (dando per scontato che per una ragione grammaticale e una necessità storica sappiamo bene chi siano i “noi”: siamo noi, che progettiamo la costruzione e ordiniamo la distruzione, noi che proclamiamo la costituzione e noi che la miniamo al suo interno, nel cuore deviato di ogni Stato, che coincide quasi sempre con la “ragione di Stato”, perché in questo caso davvero cuore e ragione non sono distanti: il nucleo è dove si marca in modo più brutale la differenza tra “loro” e “noi”: noi che suoniamo il rock’n’roll e con le stesse energie, dopo adeguate trasformazioni che mettono a tacere le coscienze anche dei più attenti, alimentiamo piccoli genocidi in scala “ridotta”, come nel caso delle isole Marshall).

 

Detto questo, le trasformazioni delle cause in effetto e delle conseguenze secondarie in contraddizioni anche virtuose  sono così ramificate e complesse che il suono dell'azione originale, lo scoppio della bomba, il finanziamento di una guerra, il carattere iniquo di un sistema, si perdono come echi distanti.
Sarò lucidamente felice quando leggerò un articolo sulla riforma dell’health care di Barack Obama che menzioni la diretta consequenzialità che esiste fra gli introiti spaventosi delle società assicurative americane, basate in buona parte sul funzionamento del sistema della sanità privata, e le incredibili donazioni che molte di queste società fanno a istituzioni culturali, che distribuiscono grant e fondi a menti libere ed eccellenti che dall’energia partita male costruiscono piccoli e grandi coni di progresso autentico.


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 13 gennaio, 2010 - 15:26


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di Gianluigi Ricuperati

Joan Didion e la freddezza gentile


Vorrei parlare della scrittrice che amo più al mondo. Vorrei parlare di Joan Didion. Joan Didion ha più di settant’anni, nella letteratura in lingua inglese è considerata un punto cardinale. Ha frequentato sia la finzione che la non-finzione. In Italia le sue cose sono pubblicate da Il Saggiatore. Quando mi trovo davanti a un problema, di tecnica, di attitudine, di personaggio, di scena, di esistenza-nella-scrittura, mi rivolgo a lei come se non ci fosse più, con una preghiera.
Il mio grande amico Hans Ulrich Obrist, che non è uno scrittore ma un curatore, forse il più importante e furioso curatore nell’arte, oggi, un folletto longilineo che vive di una demonica curiosità, aveva manifestato l’intenzione di intervistarla – let’s interview Joan Didion. Così un giorno l’ho avvicinata, sempre a New York, durante una festa di un editore, e stavo per farmi introdurre e proporle l’intervista. Ma era terribilmente fragile – la pelle translucida di certi anziani, gli occhi mobilissimi. Ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un’ostia. Nella religione del romanzo, oggi, Joan Didion è per me il pane da spezzare: ma non ero ancora pronto per comunicarmi, così ho lasciato perdere.

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Ho letto Pacific Days, un mediamente lungo testo contenuto in After Henry, collezione di storie e narrazione tra fiction e non fiction, intitolato a ”causa di” (after significa sia “dopo” che “a causa” quando precede un nome proprio) Henry Robbins, leggendario editor che l’aveva seguita per anni nel suo lavoro di scrittura.

Pacific Days è interessante perché ripete in modo virtuosistico una scelta strutturale che già in altri testi della Didion si vede all’opera, cioè la giustapposizione di filoni di inchiesta su vari aspetti del mondo esterno a partire da esperienze autobiografiche dell’autrice, ma senza scivolare mai nel memoir vero e proprio. Come se l’esperienza autobiografica – l’acquistare una casa a Los Angeles, o il venderla, o il frequentare per anni Honolulu – fosse il trampolino e il “resto del mondo” lo spazio concavo, avventuroso, della piscina: uno spazio da esplorare, cui affibbiare frasi, intuizioni, shift d’indagine conoscitiva e linguistica. I diversi filoni, in questo particolare caso, sono legati dal tratto comune di un’appartenenza geografica: la presenza del Pacifico, il lambire o l’esser circondati dall’oceano: l’attraversarlo o il temerlo, il cambiare la propria vita a causa dell’oceano. Il testo è degli anni settanta ed è ambientato negli anni settanta, grosso modo. Si parla del mercato immobiliare alle Hawaii – bellissima descrizione del fee simple, la condizione che caratterizza le compravendite di case libere da vincoli finanziari vessatori, in quello stato americano per decenni dominato da connessioni economiche di tipo feudale (fino agli anni sessanta il 15% della terra era di proprietà dello stato federale, il resto di proprietà di poche grandi famiglie, o fondi immobiliari, della costa Ovest o Est degli Usa, e ogni compravendita prevedeva un fee per i precedenti “colonizzatori”).

Ma si parla anche di una struttura di ricerca sul nucleare dell’Università di Berkeley, dove si progettano e pensano alcune avanzate “soluzioni” militari proprio accanto alle aule dove professori radical e studenti contestatori discutono – proprio dove l’autrice insegna scrittura creativa, e dove aveva vent’anni prima frequentato una classe di scrittura creativa.
Il meccanismo dello shift anima proprio queste congiunzioni, i passaggi da un filone all’altro, contenuto, ciascun filone, nell’adeguato spazio di un paragrafo (ce ne sono sei). L’ultimo dei quali, dopo vari passaggi di stato, di ambiente, di area di riflessione e racconto, è un affondo sull’altra parte di ogni discorso “californiano” sul Pacifico: l’altra sponda dell’Oceano, appunto: il sud-est asiatico: Honk Kong, a dieci ore di volo da Los Angeles, dove a partire da un’altra memoria autobiografica Joan Didion testimonia e intreccia i fili delle vite di un gruppo di boat people vietnamiti in attesa del visto per la Francia, o per il Canada, o per gli Usa.
La freddezza gentile, l’accumulo di dettagli giornalistici trasfigurati nel giro di una frase in materiale per un giro di vite poetico su ciò che si sta raccontando; la capacità di rendere conto della complessità di un territorio inchiavardandolo nelle micro linee delle storie umane e nelle macro linee della Storia e della Politica, senza illusioni, senza dimostrazioni di forza e senza dispense di fragilità esibita; la precisione musicale e figurativa di una prosa che non si ritira e non aggredisce (uno dei problemi di tanti autori di non-fiction, forse perché molti sono maschi, è l’eccesso un po’ ridicolo di eroico testosterone: io sono andato qua, io ho vinto le barriere, io ho spezzato le catene…). Questa è la peculiare lezione narrativa di una scrittrice che ritengo uno dei quattro o cinque maestri viventi della letteratura al mondo.


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 3 gennaio, 2010 - 22:28


ritratto di Gianluigi Ricuperati
di Gianluigi Ricuperati

Art Spiegelman e l'albero della conoscenza


Ho conosciuto Art Spiegelman perché non ne potevamo più della conferenza cui entrambi stavamo assistendo. Quando avevo 22 anni, nel ’99, mi era capitato, nel corso di una delle vite che sarebbero potute essere, quella di funzionario editoriale, di redattore editoriale, di tradurre per Einaudi un testo grazioso e bizzarro, The Wild Party, di Joseph Moncure-March, un poemetto in stile jazz age che raccontava in versi la devastante china alcolica, tossica e omicida di una festa: una festa di americani durante il proibizionismo. L’autore è noto per aver scritto quello e un altro testo in versi, la biografia di un pugile, poi basta. William Burroughs, l’eroe tossico, alcolico e omicida della letteratura americana del XX secolo, aveva visto nei ritmi e nella spregiudicatezza di Moncure-March un modello, un esempio, un se stesso anteriore, un fratello interiore. Il libro, The Wild Party, era stato resuscitato dalle nebbie per merito di Art Spiegelman, autore di Maus e nume della narrazione per immagini. Spiegelman aveva istoriato i versi liberi di Moncure-March di frammenti disegnati, oscuri e divertenti, che puntellavano l’intera vicenda, la riempivano di echi impensati: la dotavano di un occhiolino postmoderno. Ricordo di esser stato felice quando ho capito che mi avrebbero permesso di scrivere la quarta di copertina. Ricordo che Tuttolibri aveva messo il libro in prima pagina. Ricordo che l’Einaudi aveva fatto un errore, stampando le diecimila copie della tiratura in carta lucida anziché opaca, e Spiegelman si era imposto per mandarle al macero e ripetere l’intera operazione.
 
Circa sei o sette anni dopo, almeno tre o quattro incarnazioni dopo, mi sono trovato su un marciapiede di Manhattan, al freddo, fuori da un teatro in cui Lawrence Weschler aveva organizzato una entusiastica rassegna di voci contro Bush. Una di queste voci era puntuale, precisa, ma irrimediabilmente noiosa: una sequenza di dati e ragionamenti contro il sistema delle multinazionali del tabacco. Art Spiegelman, noto fumatore, dava segni di nervosismo. La moglie, Francoise Mouly, editor delle copertine disegnate del New Yorker, pure. Io li seguivo come un piccolo spettacolo di volti e fastidio, assai più intrigante di quello ufficiale. A un certo punto, ricordo, li ho visti alzarsi, dirigersi verso l’uscita, come in preda a un desiderio urgente, come fanno le coppie appena conosciute. Ricordo di essermi alzato anch’io, perché sapevo che non si erano appena conosciuti, e sentivo il bisogno di parlare di The Wild Party con Spiegelman. Dopo averli cercati nella hall, nei bagni – no, scherzo – nei corridoi, senza alcun successo, ricordo di esser sceso e di averli visti inquadrati nella cornice di vetro dell’ingresso del teatro. Stavano fumando.
Una stretta di mano, la rievocazione del libro di Moncure-March, gli occhi di Spiegelman che brillavano di gioia nella nuvola di nicotina. The Wild Party era una questione di cuore, per lui, e si vedeva. Ricordo il disegnino con cui mi ha sintetizzato in un francobollo di carta occasionale l’indirizzo e il numero di telefono. Ricordo di aver pensato con anticipo elettrizzato a tutte le idee e le storie che avrei potuto trarre in futuro dalla sua frequentazione: come dice un caro amico scrittore, scuotendo l’albero della sua conoscenza per farne cadere i frutti. Ricordo il mio tentativo disperato e stupido di fotografare il momento, di nascosto. E ricordo la sua frase, armeggiando con la sigaretta come se fossero stelline: “Non è disgustoso sentir parlar così male di queste?”.
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Inserito da Gianluigi Ricuperati - 21 dicembre, 2009 - 12:15


ritratto di Gianluigi Ricuperati
di Gianluigi Ricuperati

Non parlerò io


Gentile lettore,
ho cambiato idea. Volevo lasciare questo spazio, non trovavo il modo di occuparlo. Ora ho trovato un modo. Non parlerò io, parleranno i ritagli di notizie, storie, idiozie che troverò in giro. Nel weekend è successo, com'è noto, qualcosa che conferma una constatazione profonda e seria: che l'Italia è un paese grottesco, in cui succedono in modo grottesco cose grottesche. Gli attentatori sono grotteschi. Il volto delle istituzioni è grottesco. I sacerdoti,
specie novantenni, sono grotteschi. Le interviste e i commenti sono grotteschi. Non posso esimermi dal segnalare, fra i trouvaille, tutto ciò che mi pare suffraghi in modo efficace questa triste condizione.

15 dicembre 09
Corriere della sera: Perché parla di un Berlusconi "terrorizzato"?

Don Luigi Verzè: "Il problema non è lui. Lui si è già ripreso, la forte emozione che ha provato è già alle spalle. L’ho rivisto all’ora di pranzo, e il suo ottimismo aveva già preso il sopravvento. Anch’io sono un ottimista; ma perché ho novant’anni, e mi sento ormai nelle braccia di Gesù Cristo. Berlusconi è più ottimista di me. Il problema è l’odio. Questo episo dio è anche un monito. Il segno che è davvero il tempo di cambiare la Costituzione".
 



Inserito da Gianluigi Ricuperati - 16 dicembre, 2009 - 11:39


ritratto di Gianluigi Ricuperati
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We'll meet again


Gentile lettore,
questo blog si estingue qui – factum est, appena nato, già malato.
Ho capito che non funziona, ed è un problema di modalità.
La modalità – questa – richiede confidenza. Io sono incapace di confidenza.
Il mio ego retorico è malato di braminismo - malattia di cui troverai tracce in certe poesie di Robert Lowell, o meglio, nell’atteggiamento che le ha precedute prima di atterrare dalla nuvola delle intenzioni alla forza della forma. E’ braminica l’aura delle recensioni che scriveva Martin Amis sul New Stateman negli anni settanta. E’ braminico il tono del Rem Koolhaas di Delirious New York. E’ qualcosa che risplende nelle maglie infinitesimali di Serge Gainsbourg quando canta il suo inno malato a Brigitte Bardot, dal vivo, per l’ultima volta. Ciascuno porta le proprie stimmate. Ciascuno porta la propria scala di colori interiori.
I miei non sono adatti al blog. Non sussurrano all’orecchio. Non sottintendono che siamo sullo stesso piano – io mi accendo solo quando c’è una superiorità o un’inferiorità, è colpa mia, chiedo perdono a tutti: ho bisogno di imparare, ho bisogno di insegnare.

Ma gli uomini e le donne che fanno Giudizio Universale sono persone d’onore, e visto che sospetto di esserlo anch’io, e ci sono molte cose da dire, e molte cose da fare, e molte cose da far dire e far pensare - we’ll meet again.



Inserito da Gianluigi Ricuperati - 10 dicembre, 2009 - 12:09


ritratto di Gianluigi Ricuperati
di Gianluigi Ricuperati

Questo blog parlerà di tutto


Questo blog parlerà di tutto.
Si parlerà di un progetto d’artista chiamato The Plan, incentrato sull’accumulazione di oggetti nello spazio, altrimenti chiamata “bulimia degli oggetti”. Si parlerà di un saggio formidabile sulle autostrade aeree. Si parlerà di Lisa Robertson e del suo Office for Soft Architecture. Ci saranno interviste e dialoghi via skype e via mail. Ci sarà un saggio in ventisette parti sulla rappresentazione delle città italiane nei poliziotteschi degli anni settanta. Ci saranno frammenti inediti di una conversazione su architettura e letteratura con Rem Koolhaas, e riproposizioni di testi utili per capire meglio lo spazio e la sua poetica, come Bachelard e i testi di Edgar Allan Poe sull’arredamento. Ci sarà qualcosa sullo studio di registrazione in cui David Bowie ha registrato Low, e come hanno cambiato il suono di quel disco. Questo blog farà namedropping. Questo blog renderà conto della curiosità disperata del suo titolare, e si confronterà per esempio con scienziati di confine e ingegneri – perché il suo titolare crede che sia urgente imparare tutto sulle scienze di confine e sull’ingegneria che condiziona ogni cosa intorno. Questo blog suonerà.
Questo blog parlerà di architettura, narrativa, libri e progetti a metà fra le discipline: io sono uno scrittore che crede nell’immaginazione spaziale: nell’impossibilità (e dunque nella necessità) di costruire codici di comprensioni fra diverse discipline – le discipline che mi toccano. E sono tutte discipline liriche, sensibili, esperibili con il tatto e l’udito e la vista e la presenza: le arti plastiche e figurative, l’architettura, la musica: e quel che resta.
Ma quel che resta – gli spazi vuoti fra una freccia e l’altra, il bianco tortuoso che separa una cifra dalla cifra successiva, il carico psichico che comporta stare in un posto piuttosto che in un altro. Ecco. Tutto questo non è un territorio mappabile: è territorio del diavolo. E il territorio del diavolo, diceva la scrittrice americana Flannery O’Connor, deve coincidere con la letteratura seria. E la letteratura seria, nell’ortodossia cattolica del genio di Milledgeville, Georgia, comprendeva con vincolo di necessità l’esposizione del peccato, dell’errore, dello sbaglio. A me interessa la narrativa. L’architettura dice qualcosa quando diventa narrativa calata nello spazio. E l’architettura migliore, quella che dice meglio, è la trasposizione materiale di una intrigante sequenza di compromessi etici: progetti per dittature comuniste, progetti per dittatori capitalisti, canzoni-piramide fatte di Male storico-economico raggelato nel cemento, laddove prima c’era il vuoto. E ciò nonostante si tratta di canzoni che vanno cantate, ascoltate a ripetizione, abitate fino al termine di ogni analisi e di ogni interesse possibile. Gli architetti sono scrittori di canzoni sullo sfondo delle quali parlano le vite degli esseri umani.
Il rapporto che intratteniamo con lo spazio costruito è un effetto di sospensione tra il magico e il necessario – perlomeno quando è un rapporto fecondo, riuscito. E’ qualcosa di prossimo al modo in cui una frase trova la sua forma sulla pagina in virtù di certi vincoli – muri di miglioramento pronti per l’uso – e l’uso proprio, quando si tratta di una barriera, è sempre “superarla”. La parola “architettura” deve essere uno dei nomi che diamo al bisogno di capire meglio la pagina geofisica su cui ci muoviamo. Su cui si muovono i “noi” che siamo quando ci inquadriamo zenitalmente: imponderabili pedine che da un satellite, con uno zoom via via più generico, vedremmo definirsi sulla superficie del globo: abitanti, cittadini, individui. Creature che a differenza di tutte le altre sono definite dall’uso del linguaggio – creature che, come tutte le altre, non possono prescindere dallo spazio.
In mezzo a tanti fallimenti e imprecisioni, dopo qualche libro e infiniti progetti realizzati e irrealizzabili, ho capito questo: ho un occhio sensibile alla malattia e un occhio sensibile alla necessità. La malattia per me è la letteratura. La necessità è per me l’architettura. Per questo proverò a parlare di spazi malati e spazi necessari, provando a mettere in circolo qualche idea interessante e perciò abbandonata dal flusso di notizie nel quale, preoccupati e impassibili, sempre più rapidi e sempre più abituati, viviamo.


Inserito da Gianluigi Ricuperati - 23 novembre, 2009 - 15:45