Il regista di Mare dentro e The others esordisce con il cinema storico: Agorà racconta la vita della filosofa e scienziata di Alessandria d'Egitto, che fu trucidata da fanatici cristiani. Un personaggio di grande fascino, una ricostruzione superficiale
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Alejandro Amenábar è regista e sceneggiatore di film diversissimi, come The others e Mare dentro. Senza sollevare la domanda se un autore debba avere o meno una sua riconoscibilità, affrontiamo, o per meglio dire sfioriamo un problema di tipo filologico, riguardante tutte quelle operazioni che ricostruiscono un contesto storico lontano dal nostro.
Antonio che declama “Friends, Romans, countrymen” con l’orologio al polso? Una svista marchiana da barzelletta. Un operatore in jeans che si aggira su di un campo di battaglia ne Il gladiatore? Una negligenza veniale. I kilt indossati in Braveheart? Un ininfluente anacronismo. Il robot Hal 9000 in Odissea nello spazio? Una commovente proiezione poetica, mai avveratasi. Insomma, salvo grossolanità terribili, quello della ricostruzione storica è un campo opinabile, fitto di curiosità che però difficilmente inficiano l’opera, e che si possono notare o meno in funzione della cultura, sempre assolutamente relativa - perchè strettamente contigua all’ignoranza - di ogni spettatore.
E la storia di Ipazia, grande protagonista di Agorà? Non vogliamo nemmeno verificarne la percentuale di arbitrarietà o veridicità, ma certo sembra uno stentato e ostentato temino da terza elementare. Perchè, anche senza scomodare Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana (che ci spiega come i saperi delle epoche molto remote fossero di gran lunga superiori a quelli che oggi ricostruiamo, basandoci su testimonianze incerte e indirette), non si può ridurre una figura storica e il suo sapere leggendario a quattro cordicelle stiracchiate in un catino di sabbia, per spiegare uno stratificato sapere matematico astronomico. O per dare conto di una posizione filosofica che vorrebbe dimostrare come solo la scienza, non potendo credere a prescindere e abbandonarsi ad un atto di fede, rappresenti un modo civile - in quanto laico - di stare al mondo. Mentre le religioni - e qui manca solo l’islamismo - sono viceversa accecate dal bisogno di imporre la propria verità, commettendo ogni forma di esecrabile nefandezza, mescolandosi impropriamente ai temi sociali, politici e civili del potere secolare, come oggi si suol quotidianamente, e ancora impunemente, verificare.
Un’imbarazzante sceneggiatura inserita in un contesto scenico piuttosto pacchiano, che non ha la poeticità né dei rifacimenti storico pauperistici di Pasolini né di quelli commoventemente hollywoodiani, presi di peso dagli arredi degli anni '50. Ma neppure di quelli "spaghetti cacio e pepe" dei nostri Maciste e i sette nani, dove le colonne scagliate rimbalzavano minacciose e strabiche con l’effetto gentilmente distratto della gommapiuma...
La colonna sonora, che incarognisce enfaticamente le scene di massa - fatte di blocchi rigidi sempre uguali - e fa da brusio di sottofondo alle scene tipicamente teatrali dedicate ai soli protagonisti, non dispone di un leit motiv riconoscibile ma resta, forse, una delle cose meno dilettantesche del film. Mentre neanche l’uso di cartigli esplicativi riesce a colmare la goffaggine delle ingenue cesure della narrazione. In cui gli imbarazzatissimi attori, con vistose ferite ricucite alla Frankenstein Junior, sembrano tutte le volte irrompere improvvisamente sul palcoscenico come le comparse che annunciano “Il pranzo è servito” fino ad accontentarsi, man mano che passa il tempo, del proverbialmente sempre più stracco “Pran serv”.
Cosa rimane? La teoricamente accattivante ruffianeria di un personaggio femminile, alto e quasi unico, ma qui dilapidato e lapidato fin dall'inizio; il titolo, che promette a ciascuno di saper di greco, se non di latino, e forse (forse) la scena della premorte finale. Ah, dimenticavamo: le ottime caramelle rabarbaro e lampone avidamente succhiate a titolo consolatorio e il profumo del nostro vicino di gomito: una gentile nuance mediterranea di -diremmo - Eau sauvage di Dior. Tanto, almeno in questo caso, nessuno ci può storicamente smentire.
(su Ipazia, leggi la ricostruzione di Luisa Muraro)
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Agorà, di Alejandro Amenábar, Spagna 2009, 128 m.








Commenti
(Aggiornamento: Firenze, 30
(Aggiornamento: Firenze, 30 Luglio 2010)
Gentilissima Signora,
nel film "AGORA'" su IPAZIA - JOHN TOLAND, Ipazia, Editrice Clinamen, Firenze, 2010 - mancano assolutamente i riferimenti ASTROLOGICI: ed è gravissimo!!! Le scuole neoplatoniche dei primi secoli non erano guidate in tale modo. Il film è stato comunque culturalmente molto utile, se pur, da un punto di vista artistico, criticabile. Comunque ne andrebbero messi in scena altri riguardanti argomenti simili. L' utilità del film avrebbe potuto essere evidenziata anche da MARINO discepolo di PROCLO, poiché egli racconta che Proclo stesso (Marini Vita Procli, 30: cfr. PROCLUS, Théologie platonicienne, livre I, par H.D. Saffrey et L.G. Westerink, Paris, Les Belles Lettres, 1968, pp. XXII – XXIII), per aver custodito devotamente in casa sua la il Crocifisso, avrebbe poi rischiato di fare la stessa fine di Ipazia se non fosse riuscito statua della dea Atena, dal momento in cui i cristiani la buttarono giù dal Partenone per metterci a fuggire. Così erano diventate molte sette cristiane una volta finite le prime comunità apostoliche, cioè seguaci della dottrina della DIDACHE' che dava ai PROFETI, quindi anche se LAICI, pari dignità sacerdotale che ai VESCOVI: problema al quanto imbarazzante che si cercò ben presto di eliminare e quindi ancor prima dell’eliminazione della comunità dei DONATISTI. Alcuni interventi all’epoca del CONCILIO VATICANO II (1963) sembrarono però indicare di dover tornare a queste primissime comunità in cui la grazia di profezia, legata anche all’esercizio di una scienza (per Dante si tratta della scienza della pagana FILOSOFIA DI PITAGORA e, similmente, della cristiana MORALE FILOSOFIA del nono cielo acqueo, cristallino e di Maria), sembrava riproponibile. A quei tempi (1963-1976) MONS. ENRICO BARTOLETTI, l’ “alter ego” di Paolo VI e, in certo qual senso il maestro di monsignor ALBINO LUCIANI, e già favorevole ad accettare una legge dello Stato a favore del divorzio coniugale, personalmente sono sicuro che volesse seguire anche questa linea aperta ad un nuovo profetismo e quindi alla sacralità del vero Filosofo laico, o scrittore, o autentico poeta ed artista, specialmente poi se martire, come, appunto, IPAZIA. Il Bartoletti avrebbe certamente elogiato Ipazia quale esempio di comportamento per un cristiano. Del resto a me ricordava, elogiandolo, il futuro risorgere, annunciato da Giove a sua figlia Venere, delle torri della Novella Troia: “Non temer, Citerea (Venere mattutina, Lucifero), … sorgeran le torri de la novella Troia” (VIRGILIO, Eneide, Annibal Caro, lib. Primo, 416-421). Ma come certi cristiani durante i primi secoli non tolleravano la presenza delle scuole neoplatoniche di Atene, di Alessandria e di Roma (non so se per invidia), così io ritengo che, analogamente, oggi la stessa specie di cristiani non sopportino di discutere che il viaggio descritto da Dante con la DIVINA COMMEDIA, avvenga nel 1301 proprio ad elogio degli influssi astrali, e quindi non affatto nel 1300 come generalmente viene detto e scritto. Chi oggi ama Ipazia, vada avanti nello studio della Commedia, 1301 (cfr. grafici e documenti anche su FACEBOOK – Foto – di GIOVANGUALBERTO CERI). Tutta la direzione della CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, C.E.I., in cui erano presenti il CARDINALE ANTONIO POMA e MONSIGNOR ALBINO LUCIANI poi eletto papa su indicazione anche di Paolo VI, negli anni dal 1972 al 1976 era stata fortemente influenzata dalle idee di Monsignor Enrico Bartoletti a favore: di un nuovo profetismo; dalla libera ed autentica ricerca artistico-filosofico laica (Ipazia) anche per il fascino sapienziale che essa esercitava sulla scia di THOMAS MERTON (cfr. Problemi dello spirito, parte terza, Arte sacra e vita spirituale); e dell’impegno a combattere la corruzione, le tangenti, e gli appalti: Cfr. lettera inviatami dal Bartoletti in data 22 settembre 1963 (face book – foto). Tutta la direzione della CEI (1974) era orientata ad accettare questa linea culturale e religiosa, così mi disse il Bartoletti a Roma: per cui, dopo la morte di papa ALBINO LUCINI, se si fosse voluto prendere un’altra strada post-conciliare, non ci sarebbe stato altro modo che puntare su un papa straniero. E così, per me, avvenne. Con il Bartoletti non solo non ci sarebbe stato alcun tentativo di censurare il film su Ipazia, ma lui stesso ne avrebbe caldeggiati altri, magari meglio realizzati da un punto di vista artistico e spirituale.
Fino a Dante, e perciò anche nelle antiche scuole neoplatoniche di Atene e di Alessandria, non esistevano comunque semplici lezioni astronomiche senza riferimenti all'astrologia tolemaica e, conseguentemente, senza l'identificazione, quanto meno, dei quattro umori, UMIDO, CALDO - fecondi e attivi e perciò nobili e montanti- , e SECCO e FREDDO - distruttivi e passivi e perciò volgari e volgenti - (Tetrabiblos, I, V, 1-2; I, VIII, 1-2). Anche Dante incentra, sia il viaggio della Commedia, che gli altri episodi simbolici della Vita Nuova e del Convivio sui quattro umori esercitati dagli astri durante il loro moto (rivoluzioni sinodiche, o aspetti dei pianeti in rapporto col Sole) e peculiarmente sugli umori umido e caldo in quanto, appunto, nobili e montanti (Convivio, IV, XXIII). Vedere il Link: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA). Che gli storici e i letterati non ne parlino, e non vogliano prenderne atto, non significa affatto che la realtà non fosse allora immaginata nel modo da me evidenziato, cioè tutta sussumibile sotto questi quattro umori che, per questo, erano ritenuti universali (Cfr. Par., XXXIII, 7-9). Le opere di Dante (Commedia, Vita Nuova e Convivio) sono tutte immerse nell’ASTROLOGIA pur trovandovi gli esegeti, ma solo i più esigenti, solo delle note astronomiche. Il fenomeno sfiora il ridicolo ma così è!
Il problema della teorizzazione del movimento ELLITTICO dei pianeti messo in evidenza da Ipazia, a migliore giustificazione delle loro apparenze in cielo, è importante, ricorda la passione per la ricerca dei neoplatonici, ma la loro passione per la ricerca stessa andava ben oltre questo semplice aspetto astronomico-gravitazionale a noi tanto caro. Essi erano ancor più impegnati nel problema della spiritualizzazione dell'anima: problema i cui tentativi di risoluzione venivano ugualmente sottoposti ad osservazione scientifica, empirica, sia pure sotto il profilo della soggettività, cioè, diremmo noi, di una “scienza universale dell’anima in generale” (E. HUSSERL, La Crisi delle scienze europee, § 69).
I pianeti ontologicamente influenti erano inoltre i primi cinque in base a CLAUDIO TOLOMEO, ma anche a Dante, e andavano gerarchicamente dalla Luna a Marte (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte). La Luna si immaginava, non a caso, assai vicino alla Terra e alla sua fertilità e l’angelo signore di questo primo e più basso cielo, o pianeta, non per caso è GABRIELE. Le gerarchie angeliche della cultura cristiana sono ovviamente parto della mentalità di rimonta verso l’Uno, verso il Bene, del mondo platonico e neoplatonico. Non per caso furono meglio messe a fuoco da DIONIGI L’AREOPAGITA (Atene, I secolo d.C.), come testimonia anche Dante (Par., XXVIII, 130-132) e perciò tali gerarchie già indicando l’angelo Gabriele quale signore del cielo della Luna la quale, per la maggior parte della gente, così scrive Tolomeo, attraverso il suo novilunio (umido) e plenilunio (caldo), influenza positivamente la fecondazione degli animali e la semina delle piante (Tetrabiblos, I, III, 14). Questo, per senso, era il mondo neoplatonico. Ritornando alla neoplatonica Ipazia, sulla Terra esisterebbe, per la Tradizione esoterica, un problema riguardante SATANA: cioè la non volontà di resurrezione quale conseguenza indiretta degli influssi di incarnazione esercitati dalla Luna sulla Terra. Al contrario Marte, essendo assai più vicino al più alto dei cieli, ed essendo lontanissimo dalla Terra, darebbe luogo al problema riguardante LUCIFERO: cioè la non volontà di incarnazione. Il cielo della Luna già presiede alla GRAMMATICA che permette all’essere umano di iniziare ad incarnarsi nella cultura. Il cielo di Marte presiede invece alla MUSICA che permette all’essere umano di affrontare la morte con convinzione, cioè col superamento di essa stessa: Marte-Musica-Martirio-Morte. Nella sua piena completezza Marte inclina dunque al versamento del sangue per la verità, mentre la Luna inclina al poter fare incarnare Colui che sarà all’altezza di questo compito, di questa verità-realtà ontologico-vissuta (Convivio, II, XIII, 8; Commedia, Par., XIV, 103-108). Lo ripeto, questo, per senso, era il mondo neoplatonico da cui Dante fu fortemente influenzato, forse seguendo anche l’arabo Avicenna, o l’ebreo Abramo Ibn Ezra (Avenare). Ontologicamente, per arrivare a tanto, bisognerà però che prima l'anima discenda dagli influssi dei cieli superiori alla Luna e che si estendono fino al cielo di Marte, per così incarnarsi sulla Terra. Le aspirazioni dell’anima dovranno vincere la luciferina e simbolica non volontà di incarnazione presente nei cieli superiori: ed è qui che essa può essere aiutata dagli influssi della Luna andando però incontro poi, una volta incarnatasi sulla Terra, alla satanica non volontà di resurrezione. Ma a risolvere questo ulteriore problema interverrà la potenza di Cristo. LUCIFERO e SATANA appaiono dunque anche come due campi di forza opposti e necessari, quindi scientificamente utili, alla maturazione dell'uomo completo qualora riescano cristicamente a crocifiggersi l’uno sull’altro. Quando allora il nostro allievo dedica ad Ipazia, nell'agorà, la sua musica è simigliante al cielo di Marte e sottostà perciò al problema della non volontà di incarnazione, ovviamente. Ipazia l'ha capito, e se l’ha capito, quale docente della Scuola, cosa vorrà ancora insegnargli? Potremmo anche ipotizzare che Ipazia non sia mai esistita, però, essendo stata costruita la sua storia, essa stessa dimostrerebbe, a più forte ragione, che il problema di questi delitti, o assassini, o martirizzazioni, esisteva. Quando dunque Ipazia contraccambia, nella storia, didatticamente l'omaggio fattole dal suo allievo, regalandogli il suo fazzoletto macchiato del suo mestruo, intanto il simbolo è ovviamente quello del cielo della Luna, mentre il consiglio non potrà essere che quello di doversi anche lui meglio incarnare. Dunque Ipazia, seguendo i significati astrologici, per il suo regalo legato alla Luna, consiglierebbe all’allievo di incarnarsi meglio, più completamente, oltre che di continuare, ovviamente, a dedicarsi alla musica. E siamo qui all’inizio e alla fine (Luna-Marte) del tragitto ontologico dell’essere umano in base agli influssi dei pianeti. Anche Gesù Cristo si incarnò attraverso gli Uffici del signore del cielo della Luna: l’ANGELO Gabriele, che sarebbe perciò un grave errore ontologico-scientifico chiamare ARCANGELO, come invece si legge anche in alcuni testi promossi dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA e anche, con stupore, nel famoso commento di NATALINO SAPEGNO alla COMMEDIA: cfr. Commenti a PARADISO: Par., IX, 138; XIV, 36; XXIII, 94-103; XXXII, 94 -112. Dante anzi in un punto specifica proprio Gabriele quale “angelo” (XIV, 36): perché gli esegeti non fanno mente locale? CHI HA PAURA DEL CORPO DELL’UOMO? CHI NON AMA IL CLASSICISMO. La nostra “Regina Benedetta Virgo Maria” (Vita Nuova, XXVIII, 1) rimase incinta di Gesù Cristo proprio a quello che avrebbe dovuto essere il suo primo MESTRUO. Essa rimase infatti incinta di Gesù, seguendo la Tradizione, all’età di tredici anni (Convivio, II, V, 4) per l’intervento del “grande legato missus a Deo”, l’angelo Gabriele signore del cielo della Luna che, non solo in quell’occasione, poteva guardare negli occhi la nostra Regina innamorato sì da parer di foco (Par., XXXII, 103-105). Un bel privilegio. Infatti così recita la liturgia della Santa Notte della Natività: “ex utero ante Luciferum genui te”. Il generato da quell’utero, Gesù Cristo, da un punto di vista simbolico riguardante l’ontologia vissuta, sarà poi messo da Dante, ovviamente, nel cielo di Marte e della Musica: “… ché ‘n quella croce lampeggiava Cristo” (Par., XIV, 104). Desta perciò sorpresa che alcuni commentatori, constatato che Ipazia ha voluto contraccambiare l’attenzione musicale a lei rivolta regalando il suo mestruo, abbiano potuto concludere che essa stessa potesse essere una prostituta, o accostata a un qualche genere di “ESCORT”. È perciò banale, o riduttivo, affermare che l’ EUROPA HA RADICI GIUDAICO-CRISTIANE. Meglio sarebbe riconoscere, con Dante, che l’ EUROPA HA RADICI PAGANO-CLASSICO-CRISTIANE (Virgilio e san Bernardo di Chiaravalle): il giudaismo essendo implicito al cristianesimo (Cristo era giudeo e la Bibbia comprende vecchio e nuovo testamento), mentre la cultura egiziana e caldaica è implicita al paganesimo classico (Cfr., con Ipazia, C. Tolomeo, Tetrabiblos, I, XXI, 1; I, III, 18; I, II, 15; II, XI, 3). L’Occidentalità del pensiero, essenzialmente, è tutta qui racchiusa e perciò per simboleggiare tutta l’occidentalità dell’Europa bisogna affermare che l’ EUROPA HA RADICI PAGANO-CLASSICO-CRISTIANE. Non bisogna essere invidiosi della saggezza degli autori pagano-classici se vogliamo salvare la nostra Civiltà, poiché il mondo orientale, oggi, sulla natura del corpo dell’uomo (fisico, psichico e spirituale), potrebbe empiricamente, cioè da un punto di vista comportamentale, arrivare a dimostrare di saperne più di noi e l’umanità, intuitivamente ed istintivamente,a questo punto lo seguirebbe per via della sua maggiore autenticità. I due campi di forza della NON VOLONTA' (non volontà di incarnazione per chi si trova in cielo, e a più forte ragione in quello della musica; e non volontà di resurrezione per chi si trova sulla Terra in conseguenza degli influssi della Luna), per tentazione reciproca danno luogo, ontologicamente, alla Croce di Cristo che, se intesa come simbolo di scienza, diventa e simboleggia la contemporanea volontà di incarnazione e di resurrezione. Questa è la Croce di Cristo. Cristo, ovvero l'Uomo che insegna la strada della deità, deve diventare infatti potente di incarnazione e di resurrezione: da qui, appunto, la CROCE DI CRISTO come simbolo, ormai trascurato, di una scienza della soggettività in generale e dell'evoluzione della persona. Questa traiettoria esistenziale risulta anche dagli insegnamenti, ancorati alla Tradizione, del Filosofo e romanziere francese RAYMOND ABELLIO (cfr. R. ABELLIO, LA STRUCTURE ABSOLUE, Essai de phénoménologie génétique, coll. Bibliothèque des Idées, Gallimard, Paris, 1965, pp. 23, 244, 333-353, 358, 440, 450-462, 469-475, 519. A pagina 349 egli così scrive, p.e., : “Il cielo è il germe di una terra ideale, ma esso, in quanto luciferino, dovrà incarnarsi sulla Terra. Non può restare germe. Il campo simbolico di forza luciferino che sta in cielo e quello satanico che viviamo qui sulla terra rendendola un’Inferno, non si conoscono però come tali e, da qui, l’impotenza a crocifiggersi l’uno sull’altro mancando loro, momentaneamente, una sufficiente reciproca tentazione”, p.349). Il contraccambio del regalo, MUSICA CONTRO MESTRUO, fatto da IPAZIA punterebbe dunque, considerandolo sotto questo profilo esoterico-scientifico, alla maturazione del suo allievo e, più in generale, alla realizzazione futura di una terra ideale: la pagana NOVELLA TROIA promessa da Giove a sua figlia Venere mattutina e perciò UMIDA E CALDA (VIRGILIO, Eneide, libro primo, 254-260; Annibal Caro, 416-421) e, ugualmente, alla realizzazione della cristiana NUOVA GERUSALEMME TERRESTRE. Ipazia, sotto il profilo scientifico-spirituale, cioè della ricerca della verità è, paradossalmente, già più cristiana dei cristiani e del suo allievo, e dunque non per caso è lei a versare il sangue per la verità, ad essere martire: Marte-Musica-Martirio-Morte e quindi assai vicina a Cristo crocifisso. Scrive Dante: “In forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa;” (Par., XXXI, 1-3). IPAZIA “ESCORT”. Ipazia per alcuni sarebbe stata una “ESCORT”? In altre parole una donna pronta a ripetere quasi a memoria le lezioni di importanti docenti di Teologia neoplatonica? In questo nostro frangente cattolico-culturale italiano apparentare Ipazia ad una “escort” potrebbe confondere però le idee, il senso che effettivamente ebbe la sua vita, che poi è quello che dovrebbe contare. Essa fu sacra. Essere un docente universitario di alto lignaggio, oppure famoso, indubbiamente è una cosa commendevole, però essere una martire è cosa ben diversa, assai più difficile e moralmente ben più impegnativa, per cui sarebbe d’obbligo per tutti dire: “GIÙ IL CAPPELLO!” Il sangue versato, è sangue versato, e in ogni circostanza. I discorsi ben altra cosa e assai più facile e debole. Il fatto che un debole possa criticare, o fare impallidire, un forte a me intimamente dispiace. Ipazia non fu disposta a farsi adescare da credenze maggiormente di moda, o meglio remunerate, e quindi Essa fu, ontologicamente (ontologia vissuta) una vera donna di Filosofia, cioè all’altezza di dare buoni consigli ad una Civiltà in fieri. Per me il cristianesimo è superiore al paganesimo classico, però bisogna vedere di quale cristianesimo parliamo. A qualificare l’essere umano non valgono solo i discorsi e i libri pubblicati con successo quanto, soprattutto, il comportamento. Il letterato mai potrà essere esistenzialmente superiore al martire. All’ intellettuale, a volte, piacerebbe, ma non è così, non è giusto. L’intellettuale appartiene al cielo di Mercurio (dialettica) e, semmai, a quello del Sole (ampliamento di coscienza), il martire, invece, al superiore Marte. Inoltre i martiri, anche se pagani, per me cristiano, seguace di Dante, hanno gli stessi poteri dei nostri santi martiri, per cui, dilà, potrebbero anche offendersene: e, nel mondo-dilà, pagano e cristiano, la stima nostra di viventi verso di loro sembra contare, avere un peso. E' interessante ricordare come Dante MALEDICA nel Convivio quei cristiani che non vedono nella paganità classica la spinta necessaria per diventare autentici cristiani. Egli sta dunque dalla parte di Ipazia mentre così scrive: "Maledetti siate voi (cristiani traviati), e la vostra presunzione, e chi a voi crede" (Convivio, IV, V, 9).
Non si può studiare il medioevo e la classicità, come anche gli egizi e i caldei (Tetrabiblos, I, XXI, 1; I, XXI, 8; I, II, 15; I, III, 18; II, XI, 3), solo riempiendosi la mente di avvenimenti, di episodi storici e di cronaca e di date poiché tale indirizzo è parziale, intimamente deludente, e infine finisce per impoverire lo studente e la cultura. Per studiare con autentico profitto culturale le epoche passate bisognerà invece cercare prima di tutto di impadronirsi delle scienze di allora, delle epoche di cui intendiamo riferire poiché è di esse stesse che ha vissuto l'umanità di cui vogliamo riferire. Per il progresso esistenziale della nostra civiltà è interessante il vissuto di queste epoche a noi lontane e non l’esibizione mnemonica di dati spesso manualistici. Il compito è difficile, faticosissimo e rischioso ma possibile, comunque ineludibile. Scriveva EUGENIO GARIN che l'università delle Scienze Umane, sotto questo profilo, fa pena. Io ho condiviso il suo sentimento e ho cercato di porre alcuni qualificanti rimedi con lunghi, continuativi e faticosissimi studi. Il risultato didattico è però rimasto inascoltato. Oggi mi domando: Perché? Con un saluto. Firenze, 30 luglio 2010,
Giovangualberto Ceri Tel. 055 - 650.55.37 - cell. 333.396.1191
Care Marinella Doriguzzi
Care Marinella Doriguzzi Bosso e Luisa Muraro, siete per ottusità e violenza intellettuale le degne eredi di Cirillo, il patriarca che scatenò il terrore cristiano ad Alessandria, con uccisioni di massa, distruzioni e persecuzioni di ebrei e pagani. E che grazie a questi notevoli meriti si è guadagnato nel 1882 il titolo di dottore della Chiesa cattolica, così come il ricordo appassionato dell'attuale papa Ratzinger... Grazie di esistere, siete la conferma di quanto marcio c'è nella cultura (?) cattolica.
Gentile Marinella Bozzo, le
Gentile Marinella Bozzo, le invio in lettura una mia recensione sul film Agorà che il GU non ha publicato. Cordiali saluti. " Agora (scritto il 07/03/2010)
Quando arriverà in Italia (se arriverà, vista l’ostilità della chiesa a fare i conti con la storia), Agorà darà luogo alle solite, interminabili discussioni che sono il pane quotidiano dei media italiani, complice un governo paranoico-fascista che in venti anni ha fatto a pezzi e analfabetizzato oltre la metà dei cittadini, usando come armi la strafottenza, il fango mediatico-televisivo e la croce, decaduta a simbolo di ciò che il cives italicus è costretto a sopportare. Del resto, con un papa-pastore-tedesco che alla domanda se suo fratello è stato pedofilo, posta in questi giorni da chi indaga sul lercio abuso in casa-chiesa, se ne è uscito con un niet, nescio, non so nulla di queste cose... Ora, il film di Amenábar, potrà essere (per me lo è) un feuilleton al cui confronto, non dico Fabiola di Blasetti svetta come sublime monumento al kitch-peplum, ma anche film come i due Quo Vadis di DeMille, ma osteggiarne la visione sarebbe una censura ignobile. Mateo Gil, sceneggiatore abituale del regista spagnolo, d’altro canto, va giù pesante con una sceneggiatura approssimativa sulle vicende che portarono alla fine del IV secolo d.C. alla distruzione della biblioteca di Alessandria e alla persecuzione dei cristiani contro gli ebrei. Se e quanto sia veritiera la storia narrata in Agorà, lascio agli storici il compito di commentare e indagare: qui si parla di un film che a mio parere si prende troppo sul serio, narrando fatti che neppure la storiografia più illuminata ha del tutto svelato. È certo che la filosofa neo-platonica Ipazia è esistita (ne fanno menzione Suda, Damascio, che ne descrive la morte orrenda, voluta dal vescovo Cirillo, poi fatto santo della chiesa – niente di nuovo, anche il faccendiere Escrivà è stato santificato qualche anno fa, siamo certi che faranno santo anche il ministro Bondi, ne ha le fattezze paffute). Ipazia, si sa, ma mancano fonti certe fu matematica, filosofo, astronomo valente (una donna di duemila anni che somiglia molto a Margherita Hack è un controsenso oggi che in parlamento stazionano intelligenze come la Gelmini e la Binetti!). Vado a braccio, questo film è per me di scarso interesse estetico e filosofico e mi è piaciuto quanto una puntata di “Ulisse, Il piacere della scoperta” del figlio di Piero Angela, e mi pare di poter affermare che è un brutto film. Brutto come digitalizzazione della città di Alessandria, ricostruita come neppure Vespa fa con l’abituro di Cogne. Brutto perché, privo di verità storica, ambisce a dare lezioni di storia talmente da “Reader’s Digest” che il dotto Gianfranco Ravasi ne farà un boccone succulento di indagine storiografica comme il faut. Brutto perché, bisogna dirlo onestamente, l’accensione anticristiana, pure ammettendo che i fatti narrati siano verosimili, conduce il regista a raffigurare i cristiani come degli invasati (vedi Ammonio, monaco sdentato e fuori di testa). Brutto perché imita il modello hollywoodiano (il film è stato doppiato in lingua inglese per propinarlo ai figli dei Padri Pellegrini che di persecuzioni e uccisioni di indiani sono esperti eredi di Cirillo e non vanno tanto per il sottile in questioni di filologia classica). Brutto perché ha cucito sulla affascinante Rachel Weisz un vestito che poco si addice all’attrice, altrimenti seducente, per farne nientemeno che una vergine martire, attribuendole in dote tre maschi cascamorti, dei quali uno solo pare sia realmente esistito (l’allievo e poi prefetto Oreste), laddove Sinesio è un intruso storico e lo schiavo Davos una pura invenzione mirante a servire un finale, la lapidazione di Ipazia, in cui l’uomo, prima che la filosofa sia uccisa, la soffoca perché quella non debba soffrire (in realtà, è accertato che Ipazia era sola quando fu scorticata viva con i gusci delle ostriche). Brutte le musiche di Dario Marianelli che imperversano con note improbabili, quando da tempo sono a disposizione (vedi Mario Panagua e il suo Ensemble “Musica Antiqua”) trascrizioni di inni e canti coevi; senza dire che l’aulòs non è un doppio piffero come si vede nel film. Alejandro Amenábar, regista altrove sensibile e raffinato (vedi le atmosfere goticheggianti alla Henry James in The Others e il notevole Mare Dentro) prende una cantonata con questo polpettone presentato all'ultimo festival di Cannes. Non so quali pericoli possa rappresentare per i vigilantes del governo in carica o per la pervasiva chiesa ratzingeriana; so quale pericolo possa rappresentare per il cinema l’approssimativo, scadente film di cartone digitale Agorà che ignora la lezione di ‘educazione’ storica, raffinata di Rossellini, Straub-Huillet, Ejzenstejn con un film pretenzioso e ridicolo: le scene con Ipazia che scruta il cielo e calcola e ragiona per oltre due ore se ha ragione Tolomeo o aveva ragione Aristarco, e scopre il movimento eliocentrico, proprio mentre la folla di lapidatori sta varcando la sua abitazione, è un’aberratio degna della Messalina di Alfred Jarry. Con la differenza che il sommo surrealista prendeva per il culo la storia mentre Amenábar prende quello come storia."
Gentile Lorenzo,un primo
Gentile Lorenzo,un primo problema,che riguarda però GU: è per puro caso che leggo la sua recensione,perchè stavo facendo vedere il sito ad un mio amico,e quindi sono tornata indietro di alcuni mesi,mentre il suo invio è recente. Sono sostanzialmente d'accordo sulla prosopopea e la bruttezza del film;semplicemente lo diciamo,credo, in modo diverso.Lei con maggior veemenza,io(forse) con più bon ton,come di fatto si addice alle signorine .Questo,inoltre, temo sia uno dei classici casi in cui si ritiene che basti l'argomento "alto" a generare automaticamente una pellicola di qualità,mentre anche un film sui vampiri puo' essere un bel film.Dipende da come lo si svolge( qui mi rivolgo ancora indirettamente anche all'amico Guido) Non so niente dei criteri che presiedono alla pubblicazione o meno delle recensioni;in questo senso lei dovrebbe rivolgersi alla redazione. Grazie comunque di avermi fatto leggere la sua,che in ogni caso ,almeno sotto questa forma,è riuscita a trovare un suo meritato spazio.Con viva cordialità
@lorenzo tendenzialmente
@lorenzo tendenzialmente pubblichiamo tutte le recensioni inserite dai lettori nell'apposito spazio, tranne che contengano insulti ingiustificati o siano scritte in lingue incomprensibili: non essendo nessuno di questi casi, può essere capitato un problema tecnico nell'inserimento o nella successiva elaborazione da parte dei robot. nessuna censura, e infatti eccola qui la sua recensione, tra l'altro nel luogo tematicamente più appropriato. @marinella riguardo al problema di "tenere d'occhio" gli articoli vecchi per sapere se vengono inseriti commenti nuovi, è un "problema" che non riguarda solo GU ma tutti i siti. da parte nostra stiamo studiando la possibilità di mettere un box in homepage con gli ultimi commenti inseriti. da parte del lettore e/o recensore, è possibile sopperire in modi più o meno artigianali, come ad esempio l'uso dei feed rss, o il semplice tornare sul luogo del delitto...
Gentile redazione, ringrazio
Gentile redazione, ringrazio Marinella Doriguzzi Bozzo e voi per la cortesi risposte: alla prima rispondo che sì, ha ragione, la mia recensione di "Agorà somiglia un po' a un 'corpo a corpo' che a una pacata critica; è il difetto di chi, non essendo del 'mestiere' è spesso sopra le righe nel criticare l''oggetto-film'. Di questo difetto sono ben conscio e avrò cura di usare una scrittura più consona, magari da 'signorina', che non guasterebbe. Alla redazione dico che la mia non era una lamentela, molte mie recensioni sono state pubblicate (anche integralmente) e di ciò non posso che ringraziare. Cordiali saluti. Lorenzo Velle
Gentili Guido e Arlindo,mi
Gentili Guido e Arlindo,mi scuso per aver letto solo oggi i vostri appunti. Direi che il dissenso è alla base di ogni qualsivoglia esercizio critico.Guai se tutti fossimo troppo spesso o anche solo sovente d'accordo.In particolare ,su una testata come questa Sotto un altro profilo,poi,penso che una recensione sia un po' come un oroscopo,che si legge senza crederci mai(spero) fino in fondo.E se il responso ci soddisfa ,bene, ci sentiamo in qualche modo(seppur irrazionalmente) corroborati.In caso contrario,ce lo lasciamo alle spalle con minore o maggiore leggerezza.Ciò premesso,concordo nel considerare l'argomento affascinante e degno di approfondimento.Ma proprio per questo ci saremmo aspettati un trattamento meno da" elementari "e più da "liceo"Sia sui saperi del tempo,che sulla figura eccezionale della protagonista,così come sulla ricostruzione storica al contorno;per non menzionare la credibilità architettonica dell'ambientazione.Ma è "un" parere",che vale per una unità,quella della mia persona.Grazie in ogni caso per l'attenzione.Al prossimo accordo o disaccordo
Ho trovato il film piuttosto
Ho trovato il film piuttosto approssimativo ma, da quando i fratelli Lumiere inventarono il cinematografo, i riferimenti alle fonti sono apparsi raramente quindi mi adeguo... Mi sono domandato anche del perchè sia stato prodotto questo film in questo periodo e cosa ha solleticato l'autore a rinverdire la storia antica di migliaia di anni. Ho ravvisato una certa pochezza nel testo, nella improbabile se non impossibile veridicità di dialoghi e di raffronti ad un epoca così distante nel tempo ma, e soprattutto, dalla nostra cultura tutto per la nostra necessità di trasporre ad un qualcosa di fruibile per il "grande pubblico". Niente invece da dire sulla possibilità che fatti simili al racconto cinematografico si siano verificati, visto che le fonti esistono abbastanza diffusamente. I fatti recenti di pedofilia coperti da silenzio, la strage degli ugonotti, le crociate, i talebani, gli integralismi e i fatti remoti ed alquanto incerti incerti di Ipazia ci potrebbero far pensare che non soltanto i fanatici religiosi siano capaci di misfatti ma che l'uso della religione fa parte di una regola di amministrazione del potere che tutti i potenti hanno usato per garantirsi una rispettabilità anche quando le azioni erano vere e proprie nefandezze, crimini contro la libertà di pensiero, contro il senso di umana compassione per "gli altri" che ogni persona dovrebbe provare indipendentemente dal Dio che crede o che non crede esistere. Il film puo' invitare i poveri di spirito a pensare diversamente... o forse anche solo a pensare... Tentar non nuoce... Quindi un buon voto perchè, altrimenti, cosa dovrei dare a quel nuovo film sui vampiri?
Il giudizio di Marinella
Il giudizio di Marinella Bozzo mi pare molto severo e, tutto sommato, alquanto ingiusto: "Agorà" non sarà un capolavoro (lo era invece, secondo me, "The Others"), ma neppure quella "schifezza" descritta dalla recensitrice: il film è bello, è SANO (anche se i "buoni propositi" contano poco o niente, in una seria valutazione), è avvincente e ci fa pensare... Sarà poco, ma per me è già abbastanza...
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