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TEATRO

Le ultime parole

Celeste Brancato parla attraverso la voce e il corpo di Federica De Cola, unica abitante di una scena spoglia. I miei occhi cambieranno racconta il decorso del male incurabile che ha portato via l'autrice a soli quarant'anni, sotto la regia del compagno Giampiero Cicciò 


di Igor Vazzaz

 


Teatro e morte. Binomio inscindibile, misterico e profondo, inesaurita e inesauribile sorgente di pulsanti visioni sceniche a sondar quel che una cultura sempre più tecnologicamente evoluta sembra non riuscire a contenere, comprendere. Al punto di rimuoverla, negarla, obliterarne la presenza nell'orizzonte discorsivo quotidiano, nella previsione di ciò che accadrà o che potrebbe occorrere. Proprio lei, l'unica certezza a disposizione, livellante, parafrasando il principe De Curtis.
 
Non è certo una novità imbattersi in uno spettacolo che della morte fa occasione, fulcro nodale, perno intimo. Più raro è trovarvi una sua propria grazia, una delicatezza educata, al di là dello shock prevedibile di certa avanguardia fuori tempo massimo o di elucubrazioni alla "famolo strano". D'altro canto, è sempre rischioso trattar argomenti vicini al proprio cuore, pena la perdita di quel veleno salvifico e purificante che è la distanza ironica, parente stretta della severità formale. È tra queste due polarità che si libera, quindi, la performance solista di Federica De Cola, chiamata da Giampiero Cicciò a un impegno grato e ingrato al contempo: in I miei occhi cambieranno, infatti, la giovane attrice messinese si cala nelle vesti e nelle parole di Celeste Brancato, collega di prima grandezza che un male incurabile ha sottratto alle scene nel 2009, appena quarantenne.
 

imieiocchi2.jpgScena spoglia: un tavolo al centro, una sedia, niente più. L'azzurro lattiginoso delle luci carezza la leggera vestaglia a fasciare un corpo femminile disteso sul piano, facendolo emergere lentamente dall'oscurità. Si alza, guadagna un lato. Parla. Monologo polifonico, ricco d'interstizi testuali, dialogismi impliciti che “chiamano” il gesto. L'attrice, scricciolo esile, fuscello minuto, in scena si fa gigante: piegata come un giunco flessuoso, si estenua in un'interpretazione ora intensa ora venata d'irridente comicità. Fa persino impressione doverne notare l'innegabile somiglianza fisica con l'autrice, elemento che carica d'ulteriore pathos la recita.
 
È una storia in prima persona, d'un corpo di donna divorato da qualcosa che si presuppone, si teme, si sospetta, sottoposto all'indagine glaciale delle diagnosi mediche, abbandonato allo sprofondo dello smarrimento, la solitudine ineluttabile del malato. Vibra la protagonista, tra sequenze dilatate e sintagmi repentini, coloriture leggere, per una partitura d'altissimo coefficiente e, forse, sin troppo votata alla variazione, al cambio di ritmo, quando non, addirittura, di linguaggio. L'idea è d'una regia in costante apprensione, turbata dall'idea che il testo non sia in grado di risuonare a sufficienza nella mera (che mera non è mai) traslazione in scena. È vero, a nostro avviso, il contrario: se si ha fiducia nella forza di un testo, nella sua teatralità, la ricerca registica dovrebbe muoversi all'insegna dell'essenziale, d'una purezza che è misura, taglio puntuale ed efficace. Per farlo, è probabile che serva, però, un cinismo sulfureo, autocontrollo espressivo e saldezza di giudizio che sarebbe inumano pretendere da chi, come Cicciò, ha condiviso vent'anni di vita, fianco a fianco, con l'autrice di un testo tanto delicato, tanto rischioso.
 
Nondimeno, lo spettacolo ha una sua quadratura, una profondità onesta, nella consapevolezza che una buona pratica di palco non richiede necessariamente apparati sontuosi (ad altro livello, la felice linearità scenografica di questo spettacolo ci ha ricordato il magnifico L'ingegner Gadda va alla guerra di Fabrizio Gifuni per la regia di Giuseppe Bertolucci) e nell'innegabile bravura della sua interprete che, esaurita la performance, esausta e sorridente raccoglie gli applausi che merita.


Tags: Celeste Brancato, Federica De Cola, Giampiero Cicciò, I miei occhi cambieranno, Igor Vazzaz, recensione,
05 Marzo 2013

Oggetto recensito:

I miei occhi cambieranno, regia di Giampiero Cicciò

Il resto della locandina: tratto da Certo che mi arrabbio di Celeste Brancato, Giampiero Cicciò e Giusi Venuti, drammaturgia; Francesca Cannavò, scene e costumi; Renzo Di Chio, disegno luci; produzione Associazione Culturale If Prana
 
Visto a: Montecarlo (LU), Teatro dei Rassicurati, 2 febbraio 2013
 
Prossimamente: Torre del Lago, Teatro Puccini, 9/3; in tournée la prossima stagione
 
Su Celeste Brancato: www.celestebrancato.info

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