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ARTE CONTEMPORANEA

Arti senza frontiere

Cronache dalla Biennale/3. A spasso nei Giardini, tra i Padiglioni storicamente affidati ai singoli Stati, le opere degli artisti tendono sempre di più a sottolineare la natura trans-nazionale e cosmopolita delle loro proposte


di Chiara Di Stefano

Jeremy Deller, English Magic, Padiglione Inghilterra


Da sempre quando la canicola si fa sentire i Giardini della Biennale, luogo storico dell’Esposizione artistica lagunare, offrono ristoro al viaggiatore dell’arte. I Padiglioni Nazionali che li occupano sono proprietà dei diversi Stati che rappresentano; si susseguono uno dopo l’altro nei viali alberati di questo luogo fatto costruire da Napoleone durante l’occupazione del 1797 e poi sempre destinato alla Biennale, dal 1895 fino ad oggi. 
 
IMG1 (1).jpgLe rappresentative nazionali che li occupano hanno spesso tentato di mettere in discussione la loro stessa esistenza, sprangando le porte, negando l’accesso alle struttura o a parte delle sale. Agli innumerevoli esempi di messa in questione dell’oggetto padiglione quest’anno si sono aggiunte due storiche rappresentative nazionali; Francia e Germania infatti hanno deciso di scambiare gli spazi espositivi, in un passaggio di testimoni che non è solo fisico ma anche concettuale e che vuole aprire una riflessione sull’opportunità della presenza di “luoghi-nazione” all’interno di una logica trans-nazionale come quella odierna. 

 
Ai Wei Wei, artista dissidente cinese, occupa tutta la sala centrale del Padiglione Tedesco (ex francese) con un’installazione che vuole in qualche modo segnalare la logica del superamento dei confini e dell’interconnessione culturale affrontata quest’anno dalle due nazioni (sopra a sinistra, AI Wei Wei, Bang, 2013). L’opera è scenograficamente composta da 886 banchetti di legno a tre piedi - tipici della tradizione rurale cinese – connessi l’uno all’altro a formare una sorta di grande impalcatura che rende difficile il passaggio e che nei giorni di grande affluenza vi costringerà ad alcuni minuti di coda.
 
IMG3 (1).jpgIl Padiglione Inglese, che sovrasta la piccola collina dei Giardini, ha scelto di presentare English Magic, una personale dell’artista scozzese Jeremy Deller che, attraverso un linguaggio poliforme, analizza le radici del suo pensiero artistico e le fa coincidere con la ricerca dell’identità culturale inglese. Da un rimando a Stonehenge alle
 stampe di tessuti di William Morris, le opere di Deller spesso risultano criptiche ma allo stesso tempo custodiscono un potente riflesso di quella memoria collettiva che l’artista vuole incarnare.
 
Anche se in maniera differente rispetto alla scelta radicale di Germania e Francia, anche gli americani presentano una mostra che affronta una riflessione sull’idea di edificio. Con l’installazione Triple Point infatti l’artista Sarah Sze ha trasformato il Padiglione Stati Uniti in un sito sperimentale nel quale gli oggetti diventano strumento di conoscenza universale (sopra, a destra). Ma a dispetto dell’interessante portata concettuale, il lavoro di Sze purtroppo risulta debole, di difficile penetrazione anche per un pubblico di addetti ai lavori.

IMG4 (2).jpgUna delle più scenografiche partecipazioni nazionali è indubbiamente Danae dell’artista russo Vadim Zacharof (a sinistra). La semplice ma efficace pioggia di monete d’oro, che ricorda l’episodio mitologico dell’incontro amoroso tra Zeus e Danae e che occupa gran parte del Padiglione Russia, è attivata dalla collaborazione delle sole visitatrici donne che si recano, protette da un ombrello, a raccogliere alcune monete e le ripongono in un secchio collegato ad una carrucola che aziona la macchina della pioggia.

Attraversando il ponte sul piccolo canale che separa le due zone dei Giardini della Biennale troviamo delle interessanti sorprese. Complice l’ottica di spending review rilevata in molti degli allestimenti e con l’obiettivo di approfondire la storia dell’ormai più che centenaria Istituzione artistica lagunare, il Padiglione Romania presenta la poetica e affascinante installazione An immaterial retrospective of the Venice Biennale di Alexandra Pirici e Manuel Pelmus. Nelle stanze totalmente spoglie un gruppo di performer interpreta alcuni opere significative presentate alla Biennale dall’inizio della sua storia in una sorta di gioco dei mimi in cui le capacità attoriali dei performer si fondono alle reazioni meravigliate del pubblico.
 
IMG5.jpgNon distante dal padiglione rumeno l’operazione artistica presentata dall’Austria vuole essereuna riflessione sul fare artistico. Hello Pal! di Mathias Poledna è un piccolo cortometraggio animato realizzato con la tecnica utilizzata dalla Disney prima dell’avvento del digitale (a destra). Il lavoro certosino, operato da centinaia di disegnatori specializzati, vuole mettere in discussione il concetto di autorialità e rinnovare l’interesse su un’industria che, con l’avvento del computer, è ormai quasi totalmente scomparsa.
 
La volontà di ripensarsi e di ripensare il proprio ruolo all’interno del frenetico mondo dell’arte contemporanea è una delle molte tipicità della Biennale che vede tutta la città cooperare per il suo mantenimento e per la sua valorizzazione e che rende Venezia un vero e proprio esperimento culturale unico nel suo genere.



Tags: Ai Wei Wei, arte, Biennale, Chiara Di Stefano, Danae, English magic, Giardini, Jeremy Deller, padiglioni, recensione,
07 Agosto 2013

Oggetto recensito:

Biennale di Venezia - I Giardini

dal 1 giugno al 24 novembre

 

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