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FILM

L'intrepido senza avventura

E' Antonio Albanese nell'ultimo film di Gianni Amelio, super precario dei nostri giorni che passa da un lavoro all'altro nel giro di poche ore: attacchino di manifesti, pulitore di stadi, etichettatore di libri, squamatore di pesci, lustratore di bare... Ma tante storie non fanno una storia, e così a differenza del mitico giornaletto la pellicola rimane quasi priva di trama, e di coinvolgimento


di Marinella Doriguzzi Bozzo


Molti conoscono i numeri terroristici della disoccupazione giovanile e non giovanile, e chi non li ha in mente pensi al peggio, e si approssimerà per difetto. La premessa dovrebbe far pensare a un film sulla cruda attualità odierna, e l'ambientazione, con una Milano più di sotterranei catacombali che di esterni, potrebbe avvalorare l'ipotesi. Invece Gianni Amelio ibrida la realtà con un copione zoppicante che mette in scena una sorta di umile reietto dei giorni nostri, così buono, disponibile e arrendevole da sfiorare l'idiozia o la deriva sociale, senza peraltro poter scomodare il paradigma di Dostoevskij. Non solo, ma fa di più, affidandone l'interpretazione a un Antonio Albanese nelle versione  cane bastonato, sensibile e ligio, che filtra da un episodio all'altro come la scolatura di uno Charlot senza baffi e senza tic, armato solo di uno zelo orgoglioso che si ripete fino a tre quarti del racconto, per poi aderire obtorto collo a delle impennate più o meno congrue, in omaggio ad una trama raffazzonata e a lungo latitante.
 
L'Antonio omonimo della storia (a marcare forse l'identificazione fra maschera attoriale e personaggio) è infatti un improbabile Fregoli del lavoro interinale, in quanto rimpiazza per poche ore coloro che si assentano temporaneamente improvvisandosi attacchino di manifesti, pulitore di stadi, etichettatore di libri, squamatore di pesci, lustratore di bare e così via, per una paga teorica che mai si concretizza, felice di alzarsi al mattino e di farsi la barba con uno scopo. Lo mantiene un figlio musicista con l'accento forbito da scuola attoriale romana, a sua volta foraggiato da una madre ed ex moglie abbientemente borghese, che nessuno si sognerebbe di accoppiare al protagonista.
 
Si alternano così dei siparietti  stanchi e poco connotati che somigliano a quelli dell'amaro Averna, in cui Antonio va avanti quasi per inerzia seriale, trascorrendo da un'attività all'altra senza che nulla intervenga ad aggiungere sfumature o sorprese ad un carattere dato fin dall'inizio nella sua fissità; finché l'irresolutezza del regista insinua il tarlo del mancato plot e fa prevedibilmente precipitare gli eventi senza che questi di fatto precipitino, con il solo effetto di giocare su almeno tre o quattro finali strascicati, contaminando l'operazione con cifre stilistiche che vanno dal finto realistico al simil fiabesco, con il grottesco come grande assente.
 
Quella della parabola (che deriva dal latino e ricorre alla similitudine, al paragone e al confronto) è un'arte che si avvale di esempi semplici per alludere a situazioni più complesse, in genere per scopi evangelici, resi sempre più laici dall'incredulità dei tempi. E mal si addice ad un regista che deve il consolidarsi della sua carriera a racconti frontali, sia storici che quotidiani, a partire da Colpire al cuore, per proseguire con Porte aperte, Il ladro di bambini, Lamerica, Le chiavi di casa...
 
Difficile dire che cosa l'abbia portato ad un lavoro che si nutre di spunti non dipanati, affidati ad una maschera che via via si traveste a sua volta ora da spazzino, ora da cuoco, senza che la non storia e poi la storia raggiungano una fusione logica, espressiva ed estetica, in funzione di un obiettivo incerto che rimane sbozzato e strutturalmente eterogeneo. Certo,Albanese è spesso bravo anche se non convinto fino in fondo, e si aggira in punta di piedi quasi per non provocare la realtà vera, ma non basta a reggere da solo uno spettacolo che tocca sia i buoni sentimenti che quelli cattivi, con una semplicità appiccicata intrisa di incompiutezza più che di talento.
 
Rimangono qua e là le zampate della commozione  retorica e i suggerimenti di un mestiere esperto pur con parecchie ingenuità tecniche, accompagnati dalle note di una suggestiva colonna sonora, nonché il rimpianto del mancato svolgimento del titolo, che sembra alludere a un giornaletto dell'infanzia, in cui episodi di esotismo indiano (Chiomadoro, il principe del sogno) si alternavano a scorribande sui mari (Roland Eagle) e galoppate western (Rocky Rider). L'intrepido di Amelio è suo malgrado quasi così: una somma di quadri cuciti in fila, come se la moralità dell'assunto fosse autoportante, con Antonio Albanese a fare da fil rouge, mentre nei fumetti il grande comun denominatore era almeno l'avventura, sempre uguale eppure sempre declinata su tutti i toni e per tutti i gusti.



Tags: Antonio Albanese, Gianni Amelio, L'intrepido, Marinella Doriguzzi Bozzo, recensione,
09 Settembre 2013

Oggetto recensito:

L'INTREPIDO, di Gianni Amelio, Italia 2013, 104 minuti

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