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FILM

Quel pasticcio di Potiche

Torna la coppia dell'Ultimo metrò: Catherine Deneuve e Gerard Depardieu nei panni di due maturi ex amanti. Francois Ozon li dirige, in una commedia confusa in cui il passato si mescola con il presente e gli interpreti si sovrappongono ai loro personaggi


di Marinella Doriguzzi Bozzo

 


Trent’anni e un quintale fa, proporzionalmente ripartito, la coppia cinematografica di Francia era salita su L’ultimo métro (Francois Truffaut, 1980). Alla fine delle riprese, Depardieu aveva detto di lei: ”Deneuve è l’uomo che avrei voluto essere”. Ed era stato profetico. Nel senso che i due riprendono oggi insieme un mezzo di locomozione ben più modesto, per approdare allo stesso risultato.
 
Perché anche qui la meno algida ma pur sempre bionda Catherine è un femminilissimo uomo, come del resto tutte le donne vere. In apparente letargo, in quanto moglie nullafacente (ma molto sopportante e supportante) di un industrialotto caricaturale che dirige la fabbrica di ombrelli del defunto suocero. Finché uno sciopero con relativo sequestro non riduce lui quasi in fin di vita. E lei, potiche, ossia sottovalutata paccottiglia da scaffale, ne prende il posto, con ben altri risultati. deneuve_potiche.jpgDel tutto prevedibilmente, del resto, perché bisogna essere muscolosissimi per ingoiare ruoli ancillari fino all’offensività, quando non se ne ha la stoffa. Per cui trattare con i sindacati diventa uno scherzo, tanto più con l'aiuto dall’indimenticato amante di una fuggevole occasione, ex-sindacalista nel frattempo divenuto sindaco. Se sindaco può chiamarsi un pachiderma con la proboscide di Dépardieu.
 
Furbescamente innestato sull’apparente rivalutazione odierna della donna come primo motore sociale, il film è la saga dell’ibridazione. Ibridi sono i due attori, resuscitati per un rapporto anche sentimentale che è una sorta di inno all’imbalsamazione, patetico fino all’oscenità. Nonché trapiantati su dei loro maldestrissimi avatar nei frequenti flash back giovanili, a impietosa dimostrazione dell'impotenza di qualsiasi trucco tecnico contro lo scorrere del tempo. Ibrida la loro recitazione teatrale e smorfieggiante tra il serio e il faceto, ma con la pretesa di strizzare l’occhio al pubblico, rendendolo complice. 
 
Ibrida la narrazione che, prendendo in prestito dalla cronaca i sequestri di dirigenti avvenuti in Francia l’anno scorso (dopo l’annuncio di reiterati tagli di personale nelle fabbriche), sposta l’azione nel 1977. Da un lato, per rendere più credibile una contrapposizione dirigenti-operai-sindacati che sembra l’eco sbiadita del dopoguerra di Guareschi. Dall’altro, per poter convenientemente vestire due personaggi, lei in particolare, che sarebbero stati massacrati dagli abiti di oggi. La narrazione prosegue innestando lo spunto dell’attualità retrodatata su una pochade a base di corna, equivoci, figli che sono di troppi o di nessuno, con conseguenti finte agnizioni e via elencando.
 
Eppure, pur non riuscendo a stare al gioco, e capendo benissimo che l'obiettivo da botteghino del regista è quello di mescolare verità e finzione, favola e apologo, sociologia e farsa (contrabbandando il tutto come un film di Mary Poppins per adulti), bisogna riconoscere a Ozon un certo talento. Che non è quello di far ridere seminando qua e là buone gag o battute che navigano come ciliegie isolate su una torta gelato mezza sciolta. Bensì quello dell'attenzione agli ambienti e, in omaggio al titolo del film, alle suppellettili. Sicché la cornetta di un telefono, foderata di velluto verde con finiture di spighetta dorata, la dice più lunga sulla borghesia e sul rapporto di classe che non dieci minuti di semplicistiche tirate sindacali.
 
potiche_1_.jpgSi esce fra i commenti positivi di un pubblico tutto attempato e identificato nei due attori, che sono l'attrazione un po' morbosa ma anche uno dei limiti del film. E con il fermo proposito di non cucinare più a memoria,bensì di guardare con scrupolo le dosi degli ingredienti, che se il regista avesse fatto lo stesso, il risultato sarebbe stato migliore. Nonché con la volontà di controllare il proprio peso sulla bilancia e correre ai ripari anche nel caso di un solo chilo eccedente. E, infine, avendo negli occhi la protagonista che chiude cantando una canzone che non c'entra niente, riappropriandosi però per un attimo di tutto il suo fascino e della sua bella voce intelligente. Tornate o andate a sentirla nel cd di Malcom McLaren intitolato Paris (1994), un capolavoro ingiustamente poco conosciuto,e vi sarete del tutto risarciti. O risarciti del tutto.



Tags: cinema francese, Francois Ozon, Francois Truffaut, Gerard Depardieu, Katherine Deneuve, L'ultimo metrò, Marinella Doriguzzi Bozzo, Potiche, recensione, soprammobile,
09 Novembre 2010

Oggetto recensito:

Potiche - la bella statuina di Francois Ozon, Francia 2010, 103 m

 

giudizio:



6.011145
Media: 6 (105 voti)

Commenti

Mathilde, il suo mi sembra un

Mathilde, il suo mi sembra un commento intelligente. Dico "sembra" perché non posso ancora prendermi due giorni di ferie per leggerlo! Christ on a cracker, girl!

Vede,gentile Matilde,non è

Vede,gentile Matilde,non è che le citazioni tecniche che lei fa(Barillet e Grèdy ecc)non fossero anche a mia conoscenza.Semplicemente ritengo che oggi un certo tipo di informazioni siano facilmente reperibili ovunque e che quindi chi scrive su un giornale di questo tipo debba ,se riesce,offrire la sintesi di un punto di vista.Inevitabilmente il proprio,con tutta la fallibile soggettività che ciò comporta .Magari prendendo a pretesto un libro o un film,per dare anche altri tipi di indicazioni culturali.Quali,ad esempio,la citazione del magnifico cd Paris.Ciò premesso, a me(francese e più attempata anche se meno "pesante" di lei,e quindi ancora più permeabile alla storia e al mito dei due)il film non è piaciuto.Chiarendo che capisco il gioco,ma non ci sto.A lei ,invece ,per altrettanto ottimi motivi,è invece piaciuto.Succede quotidianamente.Io ne sono allegramente consapevole,mentre invece lei pare meno rassegnata al divario di opinioni.E quindi mi taccia di supponenza e in qualche modo di non comprensione o ignoranza.Pazienza..Lei non sta al gioco mio,ma non per questo mi inacidisco per le sue riflessioni,che peraltro,invece, capisco benissimo.Cordialmente,Marinella Doriguzzi Bozzo

Cara Marinella Doriguzzi

9

Cara Marinella Doriguzzi Bozzo, il film è esplicitamente tratto dalla famosa pièce teatrale omonima di Barillet et Grédy (premiata ditta del teatro boulevardier), ambientata anch'essa nel 1977 (e ispirata ad una celebre battuta di Mme Chirac che, appena messo piede all'Hotel de Ville con il consorte, allora neoeletto sindaco di Parigi, pare abbia detto: "Qu'on ne compte pas sur moi pour jouer le rôle d'une potiche !"). Ozon quindi non elabora una trama prendendo "in prestito dalla cronaca i sequestri di dirigenti avvenuti in Francia l’anno scorso" e spostando "furbescamente" l’azione negli anni 70 per rendere più credibile la vicenda e più convincenti i suoi personaggi. Il regista porta semplicemente sul grande schermo il suo personale adattamento di una commedia comica brillante già in origine ambientata in quell'epoca di grande fermento politico e sociale (senza peraltro che il suo vero intento sia politico e sociale, tutt'altro...). Se poi riesce ad alludere all'attualità più o meno recente (o se l'attualità più o meno recente, con poca fantasia, riesce a fargli eco), tanto meglio per lui (e tanto peggio per noi). Non è dunque affatto ibrida la narrazione; e non è affatto ibrido questo film, che Ozon iscrive invece, con grande coerenza di stile e squisita ironia, nella tradizione del vaudeville da cui deriva: l’intrigo pieno di equivoci e di quiproquo, l'eccentricità di personaggi e trama, le situazioni al limite della farsa e della parodia (o da pochade, se vuole); la recitazione teatrale degli attori (teatrale sì, "smorfieggiante" no); la scenografia sovraccarica e in technicolor, che più teatrale non si può (da "commedia borghese" appunto); il brio e la verve dei dialoghi; i toni sempre leggeri, i colori saturi e brillanti, gli intermezzi musicali e i siparietti danzanti, gli inserti mélo di poesia rosa (le rime ingenue e puerili improvvisate da una Deneuve in bigodini e tenuta ginnica nella scena iniziale; le canzoni piene di nostalgia; l'impagabile ballo di Catherine e Gérard al Badaboum); tutto ciò viene direttamente da un preciso filone teatrale. Ma si sposa al tempo stesso con il personalissimo universo del regista (vedi Otto donne e un mistero). Ancora meno ibrida la coppia Deneuve-Depardieu, straordinariamente fusi insieme in un binomio cinematografico ormai entrato nella leggenda (a partire proprio dall’Ultimo métro) , e che qui gioca ancora una volta con le apparenze e con il proprio mito (la donna pragmatica e infrangibile e l’amante fragile e inguaribilmente romantico). Una coppia semplicemente perfetta, sempre intensa, magicamente complice e carica di suggestioni cinefile (davvero impossibile, per due vedettes così, cancellare l’aura cinematografica di cui sono inevitabilmente circonfusi: Ozon, da regista d’attori, lo ha capito e ha intelligentemente scelto di giocarci). Sono, Catherine Deneuve e Gérard Depardieu, due attori-feticcio, certo; ma soprattutto due attori veri e infiniti che a sessant’anni suonati continuano a macinare un film dopo l’altro; due magistrali interpreti che dominano la scena come pochi sanno fare, con naturalezza e mestiere; due splendidi mostri sacri che hanno il coraggio e l’autoironia di mettersi costantemente in gioco, prendendosi bonariamente in giro e regalandoci emozioni autentiche (il film non parla forse anche, in modo più sottile, della malinconia per il tempo che passa, della bellezza che se ne va, della vecchiaia che impietosamente arriva, dell’amore che fugge e che forse ritorna?). Così quando sullo schermo compaiono i due medaglioni con le foto in bianco e nero di Catherine e Gérard che li ritraggono, giovani e bellissimi, ai tempi dell’Ultimo métro (il film che li ha consacrati come coppia), il cuore (il nostro, e forse anche il loro) fa un piccolo tuffo, e l’emozione ci inonda gli occhi. Per poi allargarsi in un sorriso quando Deneuve, tra un ombrello e l’altro, intona con immutata grazia e levità certe vecchie canzoni dal fascino rétro (e qui l’omaggio è alla commedia musicale, a Jacques Démy e ai suoi Parapluies de Cherbourg). L’emozione si scioglie definitivamente sulla pista del Badaboum, dove i due, in una scena indimenticabile e fuori dal tempo (lo sguardo di entrambi è in macchina) si esibiscono in una coreografia irresitibile: leggiadra e liberatoria, divertente e divertita. Ci dispiace sinceramente per chi questa emozione non riesce a provarla e, obnubilato dal cattivo gusto e da una sufficienza vagamente snobistica, non riesce a vedere altro che due anziani attori appesantiti nel fisico, “resuscitati per un rapporto anche sentimentale che è una sorta di inno all’imbalsamazione, patetico fino all’oscenità” (garantisco peraltro che sì, a volte la vita supera il cinema, e che sì, anche nella realtà i sindaci possono assomigliare a pachidermi con la proboscide: basta prendere ad esempio quello attualmente in carica nella mia città). E dispiace anche che ci sia chi, con una certa presunzione e l’aria di chi la sa lunga, crede di poter scorgere in questo film trovate piene di furbizia o facili ammiccamenti e strizzatine d’occhio al pubblico (il “femminismo” della pellicola, ad esempio, non è una trovata “furbesca” , ma il perno stesso del cinema di Ozon – e ancora una volta è sufficiente pensare a Otto donne e un mistero). Del resto è piuttosto desolante constatare come l’obiettivo del regista che si propone di “ mescolare verità e finzione” (giocando con generi e toni) per ottenere film che assomiglino a favole per adulti (come adorava fare, tanto per fare un nome a caso, François Truffaut) sia ancora considerato un “obiettivo da botteghino” (“perché un cinema popolare non può essere anche un cinema d’autore?”, si chiedeva una volta di più, proprio all’indomani dell’Ultimo métro, lo stesso Truffaut). E’ un vero peccato che lei non sia riuscita ad abbandonarsi a questo a questo frizzante divertissement di puro intrattenimento, a questo delizioso gioco che Ozon conduce sempre con garbo e con l’unica ambizione (scusate se è poco) di far divertire e regalare emozioni (è o non è un vaudeville?). Avrebbe peraltro capito che la canzone finale intonata da Deneuve, che per lei “non c’entra niente”, c’entra eccome con il film: il motivo si intitola “Que c’est beau la vie” e celebra i piaceri semplici della vita. A chi li sa apprezzare senza prendersi troppo sul serio, a chi sa lasciarsi andare con un po’ di autoironia, la pellicola promette molte gioie e dà enormi soddisfazioni. Autentico piacere per gli occhi, e vera musica per le orecchie, questo film giubilatorio fa emozionare, sorridere, commuovere, ridere di gusto: è insomma, godimento cinematografico allo stato puro. Per riassumere la mia opinione, visto che le piacciono le similitudini culinarie, prenderò a prestito ancora una volta le parole di Truffaut che, citando a sua volta André Bazin, paragonava un film alla maionese: nel caso di Potiche, si può dire che sì, la maionese è riuscita. E, vista la sua personale ossessione per la bilancia, le dirò che per il mio gusto risulta anche miracolosamente leggera. Il merito va alla regia, ma soprattutto al “peso” di due attori (due + uno, non dimentichiamo Fabrice Luchini) che, nonostante gli anni e i chili in più, sfuggono ad ogni legge di gravità e ad ogni senso del ridicolo. E volano coraggiosamente in alto, da decenni, eterne icone del cinema. Le preciso che questo commento positivo al film viene da una persona che, con i suoi 35 anni (e i suoi 50 kg), non può forse definirsi giovanissima, ma non può certo dirsi “attempata”. E che ciò nonostante, quando vede o rivede certi film, e certi attori, non può non provare una piccola stretta al cuore, e una lancinante nostalgia per un cinema intelligente, personale, ironico, palpitante, vitale; fatto di corpi, storie ben raccontate, misurata poesia dei sentimenti. Un cinema che riesce a coniugare due elementi fondamentali che a troppi registi di casa nostra paiono totalmente estranei e – ahimé – fatalemente irraggiungibili: leggerezza e stile. Avercene, in Italia. Di registi così. Di attori così. Di film così. Avercene.

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