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TEATRO

Aldo Morto dissacrato

 L'irriverente monologhista Daniele Timpano continua la sua "storia cadaverica d'Italia", mettendo alla berlina nientemeno che il segretario della DC rapito dalle brigate rosse. Laddove gli altri incenserebbero, il suo teatro non conosce pietà.


di Igor Vazzaz

 


Stralunato, strampalato, stranito. Arriva in scena completo e cravatta scuri, quasi iena, tradito da un'andatura che fa del disequilibrio matrice poetica ed espressiva. Infantile e arguto, saettante e maligno, dà vita a un monologo estenuato, puntuto, in smarcatura perenne da quella coltre di retorica che sembra moneta unica in corso da parte di coloro che si prendono la briga di parlar di quegli anni Settanta così lontani (per orizzonti ideologici, pratiche sociali, rivendicazioni culturali) e così vicini (perché i problemi son quasi gli stessi e per aver costituito, in molti settori, il primo imprinting di forme tuttora in vigore). Se dovessimo, non senza violenza, con-tenere Daniele Timpano, solista teatrale di bella carriera ed ex collega di paradossale acume (tra i tanti, ha svolto pure il poco raccomandabile mestiere di critico), in una definizione, non avremmo dubbi: l'Anti-Fazio.
   
Se l'abatino genovese, perversa sorta di Re Mida al contrario, riesce a banalizzare tutto ciò che sfiora anche solo col pensiero, Timpano risulta invece ficcante, mai fuor di misura, a tratti sorprendente nel trattare una delle materie più incandescenti della nostra storia, il caso Moro. Aldo morto. Tragedia è, infatti, il testo che chiude la trilogia dedicata alla Storia cadaverica d'Italia, acuminata base drammaturgica per una perfomance sibillina, a tratti opulenta, tra riferimenti maliziosi, citazioni culte, nozioni feroci, materia porta al pubblico mai con saccenza, buttata lì in controtempo, rovesciando con scienza indubbia gli stilemi della recitazione convenzionale.
 
aldomorto2.jpgTimpano (come chi scrive) è del 1974. Quando, la mattina del 16 marzo 1978, un commando delle Brigate Rosse assalta la scorta di Aldo Moro, uccidendo cinque agenti (la dinamica dell'azione tuttora presenta aspetti irrisolti) e rapendo l'allora presidente della Democrazia Cristiana, non ha nemmeno quattro anni. Troppo pochi per ricordare bene. Troppi per non averne memoria. Coglie quindi l'occasione, per sporcarsi le mani e, dopo i ritratti generazionali attraverso il ricupero teatrale dei cartoon giapponesi (Ecce Robot, 2008), ispirato ai personaggi dell'autore nipponico Go Nagai (Jeeg Robot, Goldrake, i vari Mazinga), va a ripescare uno degli eventi più trattati, e meno compresi, della nostra storia repubblicana. Lo fa alla sua maniera, con un pot-pourri citazionistico, un labirinto borgesiano in cui attrae lo spettatore, facendosi quasi sottovalutare con quelle spalle da impiegatuccio fantozziano, quella faccia da quadro cubista in celia perenne, quello sguardo filtrato da lenti massicce in cui ci par di ritrovare lacerti di folie rezziana, un umorismo al vetriolo che si fa carne da teatro.
 
Si dimena, in un costante gioco di slittamenti parafreudiani, ché Moro è la generazione dei padri, o dei nonni, la generazione che le BR volle processare, in un complesso schema di rimandi che fa anche i conti con la proiezione mediatica che il rapimento del presidente della DC ha provocato nei decenni successivi. Timpano si pone da liquidatore di tutto ciò, fa sua, in chiave artistica, estetica (e quindi etica) la materia, la imprime nel sangue vivo delle parole, rifiutando la retorica, la morale, il moralismo, la predica e il pietismo. Sottrazione pura, ma non semplice, né, tantomeno, semplicistica: sottrae sé stesso, anzi tutto, in una profondità umoristica che è metallo prezioso di qualsiasi gioiello artistico. Strappa risate, mai piene, mai liberatorie, mai consacranti un nuovo ordine (pronto a rovesciarsi in vecchio, nuovo paradigma che esigerà difesa e presidio), lasciando prevalere il ghigno terrifico del dubbio, lo sprofondo desolante del niente.
 
Parole, parole, parole: oltre un'ora e mezza di parole, ma non chiacchiera, per dirla con Pasolini. È un monologo serrato, da vedere e rivedere, questa tragedia annunciata, requiem a priori e posteriori per una storia dall'esito ineluttabile. Monologo tarlato, innervato di citazioni, canzoni, spunti da quel plesso di mondo che dagli anni Settanta ha dilagato nella plastica rovente del decennio successivo, per poi sciogliersi in quella melma senza fine che dai Novanta abbraccia tuttora il nostro presente. Rapido, Timpano ancheggia, saltella, duetta con una piccola auto radiocomandata (un vero giocattolo must per noi del '74), chioccia e s'impenna su tonalità nasali, ma non offre mai una soluzione. E qui sta il maggior merito: non rassicura né indottrina, non s'erge a docere né la butta in vacca col riso, il lavoro di questo autentico artista del monologo è un intarsio di preziosa materia teatrale. Lascia interdetti, sul momento, regala dubbi, non senza strappare sorrisi. Gli applausi, per una volta, ci trovano concordi e sembrano davvero tutti meritati.



Tags: aldo moro, Aldo Morto, br, Daniele TImpano, Igor Vazzaz, rapimento, recensione, teatro,
14 Giugno 2013

Oggetto recensito:

Aldo morto. Tragedia, di e con Daniele Timpano


La locandina: Francesco Givone, oggetti di scena; Dario Aggioli e Marco Fumarola, disegno luci; Marzio Venuti Mazzi, editing audio; Elvira Frosini, collaborazione artistica; Alessandra Di Lernia, aiuto regia e aiuto drammaturgia;
 
Produzione: amnesiA vivacE, con il sostegno di Area06, in collaborazione con Cité internationales des Arts - Résidence d'artistes
 
Prossimamente: Brentonico (Tn), 5/7; Lavarone (Tn), 6/7; Lamezia Terme, 15-16/11; in ogni caso, tenere d'occhio il blog ufficiale
 
Visto a: Teatrino dei Fondi, Corazzano (Pisa), il 7 marzo 2013
 
In libreria: Daniele Timpano, Storia cadaverica d'Italia. Dux in scatola, Risorgimento pop, Aldo Morto, Corazzano (Pi), Titivillus Edizioni, 2012<
 
Aldo Morto 54:
il progetto che ha portato Daniele Timpano a un periodo di (auto)reclusione, presso il Teatro dell'Orologio di Roma, dal 16 marzo all'8 maggio, lo stesso periodo (escluso il giorno dell'esecuzione) in cui Aldo Moro è stato tenuto in ostaggio dalle Brigate Rosse. Un'occasione per provare a ripensare, a trentacinque anni di distanza, quel fatto in qualche modo tuttora fondante la nostra situazione politica che non ha mancato di suscitare e consensi e perplessità
 
Su Fabio Fazio: segnaliamo il bell'articolo Fazio, l'ultima volta della tv scritto da Piergiorgio Giacchè sulla rivista Lo straniero (n.154, aprile 2013) di Goffredo Fofi

giudizio:



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