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TEATRO

Don Giovanni condannato

In Don Giovanni a cenar teco... Sergio Latella dà al leggendario seduttore una punizione esemplare. Rinchiuso al focolare domestico, ogni sera alla stessa tavola con la stessa moglie. Uno spettacolo che è un pensiero sull'amore assoluto e sulla sua irrealizzabilità


di Nicola Arrigoni

 


La condanna di Don Giovanni non è bruciare nelle fiamme dell’inferno, ma è trascinarsi nella vecchiaia, vivere a lungo, magari con la stessa donna… Don Giovanni a cenar teco di Antonio Latella si chiude con la scena del gran seduttore invecchiato, seduto a tavola con Sganarello, Don Elvira e gli altri personaggi in una cena dalle luci caravaggesche, destinato a condividere nell’abbruttente vecchiaia quell’invito ‘a cenar teco’ del titolo che per tutto lo spettacolo ricorre ossessivo. Proprio come la presenza in scena di due tavoli su cui tutto accade e che diventano di volta in volta barca, letto, balcone e ovviamente tavola apparecchiata per il convitato di pietra - che altro non è che lo spettatore.
 
Lo spettacolo si apre sul seduttore bambino intento a giocare, rimproverato dal padre autoritario che lo chiama: "Giovanni, a cena…". Nel frattempo la bimba/Elvira gli strappa una promessa di matrimonio. Ed ecco il ribaltamento: Don Giovanni da carnefice si fa vittima. Non è, ma pretende di essere, sotto lo sguardo delle donne che seduce, o da cui è sedotto alla continua, estenuante ricerca di quel brivido che è l’innamoramento. Il gentiluomo secondo  Antonio Latella ha il volto fanciullesco di Daniele Fior: un seduttore con la vocazione del sedotto che, perseguitato da un desiderio che è senso di mancanza, cerca l’assolutezza e perfezione dell’amore nelle figure geometriche perché definiscono, contengono, proteggono.
  
don-giovanni-a-cenar-teco-regia-di-antonio-latella.jpgSganarello (Masimiliano Lozzi) è il narratore e regista interno, è coro e posizione del mondo, è complice e servo. In Don Giovanni a cenar teco… è il suo pensiero sull’amore, sulla sua assolutezza, su Dio e sulle convenzioni del vivere comune che tiene banco. A dare autenticità a questi ragionamenti, tra le mura di un bordello, c'è la figura di Pierrot, un Giovanni Franzoni en travesti, personaggio fassbenderiano che interroga il pubblico che dalla sua posizione di "puttano".
 
Sublime e commovente la scena del bordello con Mathurine (Candida Nieri), Charlotte (Caterina Carpio) e la stessa Don Elvira, da sposa di Dio a donna rifiutata (Valentina Vacca): parlano dell’amore, di quello che si compra, della necessità di essere oggetti del desiderio, di quella bocca a o pronta ad accogliere il piacere della fellatio. In tutto ciò non c’è nulla di volgare, ma solo la sublimazione del donarsi all’altro e completar se stessi.
 
Don Giovanni cerca di far quadrare il suo teorema di Pitagora, applicandolo all’amore come sentimento assoluto: lo fa affamato di astrazione, sordo al dolore delle sue donne, lo fa perché egli è in definitiva il frutto dello sguardo delle sue donne, è azione mossa dal desiderio di esser sedotto di Elvira e le altre. Antonio Latella costruisce il suo teorema grazie ai suoi Pierrot, Sganarello e Don Giovanni che rompono la quarta parete e fanno della platea il sepolcro del commendatore - dando quindi anche a spettatori noi seduti il ruolo di morti, sepolti dell’anima. A Maurizio Rippa viene affidato il canto dolente di quel ‘a cenar teco’ mozartiano su sedia a rotelle.
  
Tutta la messinscena è puro pensiero sull’amore, ovvero atto d’amore nei confronti del pensiero, nella consapevolezza che la condanna che accomuna i nostri destini non è la morte e neppure le fiamme dell’inferno, ma quella di invecchiare nel nostro inferno quotidiano. E quella cena di vecchi che sputano dal piatto coriandoli è una ferita straziante, che è ancora aperta e strappa gli applausi commossi di un pubblico di fedeli innamorati del teatro.



Tags: antonio latella, Don Giovanni, Donna Elvira, latella, Nicola Arrigoni, recensione, teatro,
25 Febbraio 2013

Oggetto recensito:

Don Giovanni a cenar teco, di Sergio Latella

Visto al: Teatro Comunale di Casalmaggiore, 22 febbraio 2013.
 
Prossimamente:
fino a sabato 2 marzo e domenica 3 marzo 2013 al teatro Valle Occupato di Roma

giudizio:



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