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ritratto di Emiliano Morreale
di Emiliano Morreale

I migliori film del 2009


Il miglior film "di Natale" in giro per l’Italia è stato, nelle scorse settimane, una immersione completa nella cultura ebraica americana come non se ne vedevano da tempo sui nostri schermi, A serious man dei fratelli Coen. Uno dei loro capolavori, uno dei loro film più adulti e profondi. 
Dopo esser stati nomi di punta del postmoderno anni ’80 e ’90 (da Blood Simple a Barton Fink), quindi giocando con i generi le citazioni e i voli della macchina da presa, i Coen hanno svelato il loro animo più profondo con un paio di capolavori di angosciosa interrogazione morale, Fargo e L’uomo che non c’era, ma poi sembrava che per loro ci fosse ben poco spazio nel cinema americano di oggi, privo sostanzialmente di storie, generi, registi e divi. Oggi forse i due fratelli sono sbarcati come altri autori loro coetanei su un’isola deserta. E il fatto che non esista più "il cinema americano" rende forse possibile che esistano anche qualche decina di grandi film americani l’anno. La confusione del sistema fa spuntare ogni anno i vari Haynes, Jarmusch, Lynch, Van Sant, Cronenberg e perfino quel matto apolide di Terry Gilliam.
A Serous Man è la storia di un piccolo Giobbe moderno, ma trattenuta nei toni di un’assoluta quotidianità, grigia e senza spigoli, come svelando una pervasività del male che ormai è possibile rendere soprattutto con tutti i toni del grigio. Ossia, stilisticamente, con un ricorso costante alla gag smorzata, rallentata, magari identificabile solo alla sua terza o quarta apparizione. Un film che ha spiazzato molti spettatori (compresi alcuni fan dei Coen), ma che è, insieme a L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi, un loro capolavoro della maturità.
 
E già che ci siamo, vale la pena forse elencare una piccola lista personale dei migliori film dell’anno appena trascorso. Un simpatico gioco, che tutti i critici fanno, fra sé e sé o in pubblico. Personalmente, il film più potente mi è parso Il nastro bianco, meritatissma Palma d’oro a Cannes e terribile film sul peccato originale dell’Europa, fiaba nerissima sull’infanzia e decantazione classica del mondo di un regista sempre sul filo del sadismo. Al secondo posto, i citati Coen. Poi Up, non fosse che per il primo folgorante quarto d’ora. Altro gran film dell’anno, Gran Torino di Eastwood, l’ultimo regista classico vivente.
E a seguire: Ponyo di Miyazaki (forse non uno dei suoi capolavori, ma comunque il grande film di uno dei maestri del cinema di oggi), Parnassus di Terry Gilliam, Two Lovers di James Gray, Coraline di Selick, Bastardi senza gloria di Tarantino (antipaticissimo, lui e i suoi fan, ma non si può negarne gli sprazzi di genialità…). E poi due piccoli film che rileggono i generi: Lasciami entrare, film svedese di vampiri di Thomas Alfredsson, e Moon, fantascienza filosofica alla Solaris diretto dal figlio di David Bowie. (E non ho visto Nemico pubblico di Michael Mann).
A parte (ma non perché siano inferiori ai titoli citati sopra) segnalo i due film italiani più belli: Vincere di Bellocchio e Baarìa di Tornatore. Se il primo, dopo un breve sbandamento dei critici a Cannes, è stato infine accolto con l’attenzione che meritava, il secondo mi pare invece sconti i pregiudizi dei cinefili, che lo hanno snobbato come il solito film di Tornatore sulla Sicilia. Mentre è invece un film sperimentale e popolare al tempo stesso, di gran lunga il migliore del suo autore.

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Inserito da Emiliano Morreale - 19 gennaio, 2010 - 13:00


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