Il doppio salto indietro di Avatar
Avatar, dunque. Successone in tutto il mondo e anche da noi (pur considerando un 30% in più di incassi dovuto al prezzo delle sale 3D). Bisogna andarlo a vedere, bisogna parlarne. Cosa dire? Che il film è spettacolare e la storia stupidissima, come hanno detto tutti?
Certo, dicono i cinici, alla fine è Un uomo chiamato cavallo. E anzi i disegnatori di South Park, con perfetto tempismo, hanno tirato fuori una storia in cui Peyo, l’inventore dei Puffi, denuncia James Cameron per plagio perché in effetti la storia degli omini blu che vivono nei funghi e vengono attaccati da un umano che mette tra loro dei finti puffi l’avevamo già sentita. Ma tanto gli unici a prendere per buona la fuffa new age del film sono i soliti del Manifesto.
Però bisognerebbe anche aggiungere che la stupidità della narrazione è perfettamente progettuale, funzionale al film. Avatar segna infatti, nel suo vertiginoso salto in avanti, oltre la morte del cinema, anche un doppio salto indietro. Verso uno spettatore ormai completamente bambino, e verso un cinema che è quello delle origini, prima che diventasse racconto ed era solo, come dicono gli storici, “cinema delle attrazioni”. Gli spettatori postmoderni fanno oooh come lo facevano i primi spettatori dei Lumière vedendosi arrivare addosso il treno, prima che il cinema diventasse erede del romanzo ottocentesco.
Quello che più sconcerta, nel film, è la mancanza di ingenuità, quell'incorporare già la propria metafora facendoci vedere un protagonista che vive un’esperienza simulata, vicaria, vissuta attraverso un marchingegno appena più sofisticato di quello che ha prodotto il film stesso. E il finale, nel quale il protagonista cede le proprie spoglie mortali per diventare il proprio avatar, è una promessa allo spettatore, una rassicurazione al bambino che nel frattempo lo spettatore deve essere diventato.
La commedia all'italiana è morta, viva la commedia
La "commedia all’italiana", nei discorsi di critici e giornalisti, non è più un genere, o un filone. È un’ideologia. Un modello che è spesso strumentale a una negazione della tragedia, alla riproposizione di attori comici di secondo piano, di sceneggiature che castrano ogni sguardo. Un modello che assurdamente viene proposto a quarant’anni di distanza, e dopo che per oltre quindici anni i suoi migliori registi non avevano fatto che negarla nella tragedie più cupe o apocalittiche, da Un borghese piccolo piccolo a L’ingorgo.
Per fortuna quei pochi che riescono a fare buone commedie in Italia lo fanno andando in direzione contraria. L’ultimo film di Carlo Verdone, o almeno la sua prima ora (prima che arrivi il solito schema del signor di mezza età, stavolta prete, alle prese con la ragazzina) è una delle cose più cupe che ci sia dato di vedere in giro sull’Italia – e, stavolta, su Roma in particolare. Gente orrenda, famiglie orrende soprattutto, in cui sesso soldi e consumo impazzano in maniera caciarona e gelando il sorriso sulle labbra.
In questa specie di remake de La messa è finita si può forse anche misurare quanta strada si sia fatta, in discesa, perfino dagli orribili anni Ottanta. L’egoismo pensoso dei personaggi di Moretti lascia il posto a una borghesia senza nemmeno la dignità della tragedia. Non stupisce che, davanti al terrificante (ed esilarante) ritratto dell’Italia che gli è, vorremmo dire, scappato di mano, lo stesso Verdone cerchi di rimediare appiccicando un finale natalizio-familista che nega tutto. Ma è troppo tardi, per fortuna.
L’ultimo film di Paolo Virzì, invece, hanno cercato di venderlo come una commedia ma è in fondo un melodramma. E funziona proprio quando il regista va contromano rispetto all’ideologia della commedia all’italiana, quando scarta da una sceneggiatura tutta al bilancino, con le macchiette disseminate al posto giusto e le svolte piazzate astutamente.
Potremmo dire che i pregi e i difetti di Virzì derivano proprio dalle sue differenze con la commedia all’italiana. Lui non è cattivo come Age e Scarpelli o Sonego, e si impone quasi di perdonare i personaggi. Ma d’altro canto, a tratti li ama davvero, con un calore che a quei cinici geniali non sarebbe venuto in mente.
Intanto, gli appassionati della commedia italiana più nera e scatenata aspettano con ansia la nuova serie di Boris...
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