Tokyo Felis
Ho cercato un emblema della tristezza contemporanea. L'ho trovato a Tokyo, un enorme Luna Park da 30 milioni di abitanti, in cui la scimmia coi calzini (Homo sapiens sapiens) è riuscita a coronare il suo sogno: schermarsi dalla natura. Ma dove farebbe di tutto per avere ancora un contatto animale.
Per esempio, per accarezzare un gatto (Felis silvestris catus). A Tokyo non costa molto: solo 500 yen (circa 4 euro). E l'iniziativa, ospitata in un piccolo locale - la Nekobukuro cat's House - sta avendo successo. Con una piccola cifra congrua si ha diritto anche a vedere un gatto dormire, camminare e mangiare. Oppure a farlo giocare. E' dunque con emozione che mi sono procurato un filo da agitare davanti ad un mammifero mangiatopi e mi sono diretto a Ikebukuro, lo scintillante quartiere al neon, dove vivono i felini.
Tokyo è un meraviglioso laboratorio dove poter osservare gli effetti del più grande esperimento condotto dall'uomo su sé stesso: l'aver impacchettato più di metà della popolazione umana nel cemento delle città, con il rischio che il mondo venga conosciuto solo tramite schermi e mediazioni tecnologiche. Un miraggio lontano. Ecco spiegato il successo dei gatti: gli uomini snaturati desiderano ancora pelo, fusa e coccole. Empatia.
Il regno dei gatti entreneuse promette tutto questo. Si trova in alto, in cima all'enorme centro commerciale di Tokyu Hands. Arrivarci è un viaggio reale e metaforico. Inforcando i nastri delle scale mobili, ci si inoltra tra scaffali ripieni di ogni tipo di oggetto: scarpe, cravatte, elettrodomestici, cibo, strumenti musicali, detersivi, giocattoli, coltelli, pentole, pupazzi di tigre, costumi da Michel Jackson e decine di migliaia di manufatti e gadget tecnologici. Otto piani. Otto gironi dedicati all'Artificio. In cima ai quali si staglia come un avatar della Natura, il Reparto Animali.
I gatti aspettano qui carezze e giochi. Ma non sono immediatamente visibili. Per riuscire ad avere un contatto affettivo con loro, bisogna prima immergersi in una selva oscura di cinturini, collari, ossi di gomma, gabbiette, scatolette di cibo gelatinoso. E, come Ulisse con le sirene, bisogna ascoltare l'inascoltabile: nell'aria risuonano musiche di Čajkovskij riadattate con miagolii elettronici. Ci sono anche i vestiti per felini: è possibile infatti agghindare il proprio gatto a gusto personale, mettendogli gonnellina e cuffietta da cameriera oppure piazzandogli tra le delicate orecchie triangolari un cappello di fantasia scozzese (è persino possibile vestire il proprio gatto da coniglio: riuscite a immaginare qualcosa di più estremo?).
Infine, dietro un logo a forma di gatto, ecco la Cat's House. Si paga una volta e si può stare tutto il giorno. Il luogo sembra una stanza per i bebé. E' composto da tre stanze cieche, piene di colori e giocattoli. La maggior parte dei gatti - una ventina, tutti di razza - sono chiusi dietro delle vetrine, in gabbie che riproducono ambienti umani (c'è persino un treno finto con un gatto di plastica come conducente). Sette gatti però sono liberi.
E' con loro che decido di instaurare un rapporto empatico. Con una certa difficoltà: quattro, al mio passaggio, scappano in alto su delle mensole. Gli altri tre mi fissano, come Buddha felini, insensibili a qualsiasi filo o topo finto che possa agitare.
In effetti, dopo qualche minuto, me ne accorgo: niente si muove nella Cat's House. Né i gatti, ipernutriti e spaparanzati su cuscini, né gli avventori, seduti con sguardo malinconico su delle panchette a vedere i gatti tramite la fotocamera del telefonino. L'unico movimento della stanza è in uno schermo su una parete. Mi siedo, dunque, e guardo la tv. E' a forma di muso di gatto e trasmette immagini di gatti. Che bello: si muovono. Agito il mio filo davanti allo schermo.
La solitudine dei numeri premier
Qualche volta però il berluscomputer lascia perplessi. “Quante dita ha una mano?”, ha chiesto qualche giorno fa ai bambini terremotati d'Abruzzo. Si tratta di un noto scherzo da scuola elementare. “Quante dita ha una mano?”, si chiede. Cinque, è l'ovvia risposta. “Quante dita hanno due mani?”. “Dieci”. “E quante dita hanno dieci mani?”. “Cento”, conclude chi per la fretta non è riuscito a far bene i calcoli. E tutti sbottano in grandi risate per la facezia.
Anche il nostro premier dunque ha voluto provare questa divertente trappola con alcune classi di Paganica, a pochi passi dall'epicentro. “Quante dita ha una mano?”, ha chiesto sorridendo agli studenti stipati in un'aula allestita fortunosamente. “Cinque”, hanno risposto i bambini eccitati. “Quante dita ne hanno due?”, ha continuato il Presidente. “Dieci!”, hanno urlato in coro gli scolari. “E quante dita hanno dieci mani?”. “Cento!”, è stata l'immediata risposta. Secondo il copione. Ma il testo non pare essere stato metabolizzato perfettamente dal Cavaliere. “Perfetto! – ha infatti sbottato un Berlusconi lievemente stupito – Rispondono tutti cinquanta! Faccio i miei complimenti alla preside”. Subito dopo, recitano i comunicati stampa, il Presidente ha ripassato le tabelline con i bimbi.
C'è chi ha subito ironizzato, ascrivendo queste uscite ai postumi del trauma da souvenir milanese. Si tratta di stupideboutade. Già da tempo il premier è sulla stessa linea: “All'Abruzzo saranno garantite le stesse risorse date all'Irpinia, aveva detto il nostro presidente a Porta a porta (puntata del 15 settembre). “Allora sono stati stanziati ben 60 miliardi di vecchie lire – aveva detto sbirciando su dei fogli di carta – quindi 30 miliardi di euro attuali”. Imbarazzo palpabile in tutto lo studio. Rotto da Vespa che, curvo sotto il peso delle equivalenze matematiche, aveva peggiorato la situazione, suggerendo: “Forse sono 3 miliardi di euro”. “No, no, no, no – aveva risposto infastidito Berlusconi – 3 miliardi di euro sono 6mila miliardi di lire (giusto, NdR). Quindi 30 miliardi di lire sono 60 miliardi di euro”.
Lacrime e sangue? Privatizzati






