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LIBRI - NARRATIVA

Persecuzione, il Roth de' noartri

Alessandro Piperno analizza impietosamente relazioni famigliari e fragilità umane, come il suo illustre (e non unico) modello. Tra un richiamo kafkiano e una minilolita, la parabola discendente di un professionista romano tifoso di Craxi


di Lorenza Trai


I lettori ammirati di Philip Roth, al cospetto del secondo romanzo di Alessandro Piperno, non hanno scuse: devono apprezzarlo, per l’impianto narrativo molto simile ad alcuni capolavori di Roth, oppure infastidirsi, per la evidente adesione al modello di riferimento.
Dichiariamolo subito: questo romanzo è convincente, alcune pagine regalano una analisi impietosa delle relazioni familiari e della fragilità umana, raggiungendo punte di dolorosa verità; forse è lo scivolare progressivo della trama verso il surreale che rende il racconto da un lato più accattivante e scorrevole nella lettura, ma dall’altro meno incisivo rispetto al Roth che amiamo. 
 
Quanto a infastidirci, Piperno c’era già riuscito con il libro d’esordio: l’apprezzabile urgenza narrativa ti rovesciava addosso una storia intima e spudorata, forte e fragile insieme come una confessione adolescenziale, pomposa e proustiana (altro suo modello di riferimento esplicito). Una storia che, mentre fingeva di criticare vizi e mollezze di una famiglia di ricchi ebrei romani (e del protagonista bruttino, socialmente perdente, feticista, onanista, eccentrico), nello stesso tempo si autocompiaceva nel guardare allo specchio la propria diversità di classe e razza, anche nell’uso di una lingua sontuosa come un salotto bene, arrogante perfino nel contenere in sé, con forzata naturalezza, il dettaglio linguistico pornografico. 
 
Sembra quasi però che tra quella e questa opera, Piperno abbia deciso di lavorare sull’antipatia: intanto lo stile s’è fatto più sobrio e ha sfrondato qualche merletto; poi, soprattutto, i personaggi hanno un carattere più universale, meno se stessi e più riferimento sociologico: resta lo sfondo di una Roma bene e di un nucleo sociale fatto di “ben nati” divenuti professionisti brillanti, ma le fragilità e le ipocrisie appaiono più condivisibili e la connotazione dell’appartenenza religiosa diventa più ecumenica.
 
Insomma Piperno ha scritto un ottimo dramma borghese, intrecciando i piani temporali con la stessa discontinuità con cui si affacciano i ricordi nei nostri monologhi interiori e affollando la sua costruzione narrativa di citazioni e voci e respiri di altri romanzieri molto amati: primo fra tutti Kafka, cui l’autore fa esplicito riferimento in più di una occasione, poiché kafkiano è il nome del protagonista (Leo), kafkiano l’incubo di cui resta vittima, kafkiana l’esistenza “scarafaggesca” che condurrà nel seminterrato della sua lussuosa abitazione, ripudiato, anzi ignorato, dalla moglie implacabile e bigotta.
 
Il protagonista si evolve da “inetto” di sveviana memoria a “coglioncello” (sic a pag. 306); la verità sul protagonista si confonde e non ci viene mai veramente chiarita, come si conviene in un romanzo di primo Novecento; la trama è intessuta da un delirio solitario, un flusso di coscienza che si nutre a volte di pensieri consolatori (le coccole dei genitori da bambino, il ricordo dei rituali domestici, il successo di stimato oncologo, l’ammirazione degli studenti universitari, l’indulgere in lussi un po’ capricciosi, la raccolta di dischi rari, gli sport esclusivi), a volte di rimpianti dolorosi (gli impercettibili errori, l’infantilismo nel rapporto coniugale, le ingenuità imperdonabili che hanno progressivamente condotto alla catastrofe). 
 
Nella folla di riferimenti illustri qualcuno ha inserito Nabokov per la presenza di una minilolita dodicenne, causa scatenante dell’accusa di pedofilia che distrugge la dorata esistenza di Leo; qualcuno ha intravisto nel finale una citazione de Il grande Gatsby.
Lo svolgersi della trama può anche far pensare a McEwan: un evento deflagrante nelle pagine iniziali e poi un lento minuzioso calvario descrittivo preparatorio o conseguente; o il contrasto causato dall’irrompere in un dorato mondo borghese di un elemento drammatico volgare e inatteso, quasi comico per quanto appare assurdo.
 
E poi ancora torna alla mente Il falò delle vanità di Tom Wolfe, ossia lo schema di una impietosa parabola discendente di un uomo all’apice del successo, simbolo di uno status che là l’autore ben individuava in un preciso contesto storico-sociale; la vicenda di Persecuzione si colloca nella seconda metà degli anni ottanta e Leo è dichiaratamente e ottusamente craxiano, proprio all’antivigilia di Tangentopoli. Piperno ha voluto costruire anche una parabola di sapore politico? Oppure ha voluto alludere alla cronaca recente, alla gogna mediatica, ai casi Boffo, Marcelletti, Rignano Flaminio? 
 
Intanto il “continua” con il quale si chiude la storia ci lascia in attesa della seconda parte del dittico e ci godiamo la madeleine de’ noartri che il professore di letteratura francese, esperto di Proust, ha provato a lasciarci nelle ultime pagine, dove ci descrive un “luogo” di sensi e richiami interiori comune a tanti italiani: il caffè delle nostre mattine domestiche, la moka annerita, l’odore confortevole di una cucina protettiva, il gusto un po’ bruciato. A dire il vero le ultime pagine sono particolarmente riuscite, con il ricordo lacerante del rito del risveglio domenicale in famiglia che si intreccia al rimpianto di un rapporto con i figli sprecato, perduto: le leggi e ti sembra che forse questa, stringi stringi, è una istantanea suggestiva e veritiera della nostra piccina esistenza di benessere familistico italiano: il caffè degli annoiati risvegli e, giorno dopo giorno, i tuoi figli che, crescendo, ti diventano estranei ed ostili.



Tags: alessandro piperno, borghesia, famiglia, il falò delle vanità, il grande gatsby, kafka, lolita, Lorenza Trai, mc ewan, Mondadori, nabokov, persecuzione. il fuoco amico dei ricordi, philip roth, recensione, roma, tom wolfe,
08 Dicembre 2010

Oggetto recensito:

ALESSANDRO PIPERNO, PERSECUZIONE. IL FUOCO AMICO DEI RICORDI, MONDADORI 2010, P. 417, EURO 20

giudizio:



5.589999
Media: 5.6 (18 voti)

Commenti

Già dall'uscita di Con le

Già dall'uscita di Con le peggiori intenzioni (uno dei più interessanti esordi giovanili degli ultimi anni),ero rimasta abbastanza esterrefatta dagli accostamenti a Roth e ancor più a Proust.Ed avevo coltivato il perfido -e forse suoceresco- sospetto che,soprattutto nel caso di Proust,lo si citasse senza averlo letto,e soprattutto in base al mestiere e alle dichiarazioni di Piperno.E si sa che agli autori non bisogna mai credere,perchè spesso i libri sono altra cosa dalle migliori intenzioni di chi li scrive. Mentre invece mi ero stupita che nessuno facesse riferimento all'analisi della borghesia romana(in questo caso con un'angolazione marcatamente kosher),negletta dai tempi di Moravia;autore che sembra improvvisamente precipitato nella preistoria,come tutti i grandi a metà strada tra il troppo vicino e l'ormai abbastanza lontano .E che aspetta di essere "riscoperto". Anche nel caso di questo secondo libro,vedo che gli stessi paragoni sussistono,senza peraltro che ne venga spiegato il perchè.Ossia in cosa mai Piperno assomigli,per esmpio, a Proust. Basterebbe il modo scioglievole e conciso di scrivere per mandare a monte il raffronto.Perchè,dal punto di vista della scrittura, Piperno è un melodico,intendendo per melodia la successione delle note dell'accordo della tonalità del brano.Tonalità sempre riconoscibile e tale da rendere la sua scrittura tanto orecchiabile da mettere il lettore in grado di anticiparne addirittura le cadenze.Fatto che in Persecuzione risulta ancora più evidente,e che mi pare costituisca la vera cifra autografa del libro.Che ,invece,sotto il profilo dell'argomento e della costruzione della trama,risulta più furbo , più pensato a tavolino,e dunque meno spontaneo quando non addirittura un po' forzato sotto molti aspetti..Come succede quasi inevitabilmente quando si passa da qualche cosa che si conosce direttamente e che urge a qualche cosa che si riferisce per sentito dire. Trovo infine assolutamente doveroso che la critica si aiuti con le stampelle di altri autori e di altri libri per esprimere un giudizio,utilizzando il cromato attrezzo dell'analogia.Ma mi sembra che anche i riferimenti a Kafka come a Mc Ewan rimangano del tutto in superficie.E non mi riferisco in particolare a questo articolo,ma anche ai molti altri che hanno salutato questa seconda uscita:secondo me più infelicemente ambiziosa nell'invenzione,superiore nella scrittura,inferiore nella poetica.Però,fortunatamente per l'autore,riconoscibilmente pipernesca.

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