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TEATRO

Paolo Rossi e il funerale allegro

Il comico e la scatenata compagnia Baby gang in D'ora in poi. Come sarebbe se fosse diverso. Uno spettacolo che mescola cabaret, commedia brillante, sperimentazione, avanguardia, dramma, metateatro, monologo e persino musical


di Daniel Agami


“Sognava il suicidio collettivo (bel progetto!)…
un poeta deve morire perché le sue parole abbiano valore”

(Carolina De La Calle Casanova)

rossi.JPGLa morte e il comico, allegria di naufragi, funerali allegri. Sono tre ossimori, ma uno di questi non dovrebbe esserlo: eppure, la storia culturale ha imposto al comico (inteso come persona) due divieti difficilmente valicabili: la sessualità (il comico non può fare sesso, se non onanistico) e la morte (il comico non può morire).
Comicità e Morte sembrano estremi, al punto tale che l’unione impropria dei concetti semantici dà l’occasione a taluni di fare poesia con efficaci titoli (Giuseppe Ungaretti, vedi sopra) e a talaltri di realizzare provocatori e performativi happening (i funerali allegri, una delle proposte di Jacopo Fo). 
Il comico non entra in scena: è già in scena, sdraiato, a corpo morto, perinde ac cadaver. Ma è una morte difficile, a momenti impossibile, quella del poeta Max Stella/Estrella, cieco (non è non vedente, è proprio cieco), ineluttabile perdente, incapace di professionalità (condizione teoricamente atavica ed inevitabile per i poeti, e gli acronici artisti in generale, l’impossibilità ad una professionalità-produttività apollinea e regolare: nel suo caso, da tempo non riesce più a scrivere), vuoto a perdere. Talmente difficile, che basta un accendino per rendersi conto che morto non è, ma solo finto morto, come gli addormentati in cerca di sonno eterno sanno fingere. Anomalo drop out (è padre, è marito), il poeta cerca una morte liberatoria, una morte-riscatto, una morte-riabilitazione (la stessa che immortalò per sempre scrittori, pittori, cantanti, filosofi ed attori morti troppo presto): nel frattempo trova un bar dove alcolizzarsi, il disprezzo oltranzista della nuova generazione maschile (interpretata dalle attrici della compagnia, a metà strada tra i moscardini della jeunesse dorée di termidoriana memoria e i drughi di Arancia Meccanica - con cui hanno in comune un po’ più della bombetta), il carcere (e nel carcere, lo spirito di Dino Campana) e pure un ex compagno di scuola, ora ministro della giustizia.
 

Interrotto da un imminente e minaccioso Tg1 che a più riprese informa sulla sparizione del Papa Benedetto XVI (happy ending, verrà ritrovato in una piccola cappella incerto sul suo ruolo), lo spettacolo dovrebbe rappresentare, nelle intenzioni e intuizioni dell’autrice, la mancanza di coraggio della generazione giovanile odierna, e il parricidio dei genitori-miti artistici di riferimento da parte di essa, ineluttabile per vivere di luce propria, osare, innovare e creare, già caro a Pasolini che in Teorema gli dedicò una poesia memorabile. Ma di questi propositi non rimane molto, in uno spettacolo che alterna divertimento ad inquietudine, comico a dramma, riferimenti satirici all’attualità e poesia (inevitabilmente inattuale), che (ci piace scriverlo) in certi momenti emoziona e che (ci spiace scriverlo) in altri annoia.
Multiforme nello stile teatrale (c’è il cabaret, c’è la commedia brillante, c’è sperimentazione ed avanguardia, c’è il dramma, c’è il metateatro, c’è il monologo e, nelle scene che più fanno sanguinare ed eiaculare, cioè le più vere, c’è persino il musical, con tanto di coreografie), lo spettacolo pedina la notte senza tempo e senza tregua del poeta picaro in cerca di morte-catarsi, offrendo ad ogni attore della Baby Gang  (sette, e Paolo Rossi) la possibilità di recitare più ruoli. Ma questa proliferazione di personaggi (che oltretutto, hanno il deprecabile vizio di parlare ed agire tutti assieme) inizia (ma non sfinisce) a disturbare il testo stesso.
 

Paolo Rossi, solo attore, recita significativamente la solitudine atavica,  l’atavico fallimento del poeta che non produce,  riuscendo a far emergere l’eterna condizione di sconfitta e dolore che ogni artista dovrebbe sentirsi addosso, al di là degli esiti. Ne complica l’attendibilità drammaturgica, anziché favorirla, la continua sovrapposizione tra persona (alla latina, il personaggio) e la persona Paolo Rossi: a parte alcune indubbie caratteristiche comuni (l’alcolismo e la crisi sono riconducibili anche alle difficoltà biografiche del comico), basterebbe confrontare l’intervista che Paolo Rossi ha rilasciato alla giornalista Daria Bignardi a L’Era Glaciale, e si scoprirebbe come gran parte delle risposte che Rossi dà sono riprese dal personaggio e dallo spettacolo, una sovrapposizione che diventa sovraesposizione.
E, se alcuni spunti sono pericolosamente simili ad opere in fieri (la scena extradiegetica sul Papa che non vuole fare il Papa fa pensare alla storia e a Celestino V, ma è anche il soggetto del prossimo film scritto diretto e recitato da Nanni Moretti, Habemus Papam!), se alcune battute troppo ripetute non sono originali (“il più grande poeta morente”, che fa sempre ridere, fu la definizione che Ennio Flaiano diede di Cardarelli), la schizofrenica alternanza di lutto e gioia è una festa a cui tutti noi vorremmo partecipare, un’orgia che commuove e sinceramente emoziona. E rimane, come il dialogo con un immaginato Dino Campana in carcere o l’inevitabile confronto del comico-poeta-perdente con il potere sempre più arrogante e vincente (il commissario, il ministro che anziché perder tempo a scriver brutte poesie è entrato in politica); rimangono le vedove in lutto a cui basta togliere un velo per diventare sexy cubiste danzanti, e l’emblematico bastone del Poeta cieco, una croce bianca, che talvolta gode di vita propria e resta nella scenografia, nelle mani dell’attrice Valentina Scuderi, ad aspettare. Il resto dello spettacolo lo spiegano molto meglio di noi i Sex Pistols, sulla cui cover sfregiata di My Way, questo romanzo di formazione che nell’arco di una notte diventa autocoscienza del (non) fallimento dell’arte, muore.
 



Tags: baby gang, cabaret, Carolina De La Calle Cassanova, cieco, comico, D'ora in poi. Come sarebbe se fosse diverso, Daniel Agami, dramma, funerale, Luci di Boheme, monologo, musical, paolo rossi, poeta, Ramon del Valle-Inclan, sperimentazione,
16 Dicembre 2010

Oggetto recensito:

D’ORA IN POI - COME SAREBBE SE FOSSE DIVERSO, di Carolina De La Calle Cassanova, tratto da Luci di Boheme di Ramon del Valle-Inclan

Attori: Paolo Rossi e la compagnia Baby Gang  (Renato Avallone, Federico Bonaconza, Elisa Bottiglieri, Paolo Faroni, Silvia Paoli, Marco Ripoldi, Valentina Scuderi).
Se fosse un disco sarebbe il single: l’ennesima morte presunta di Estrella, che dirige il proprio funerale come lo vorrebbe: una festa, donne luttuose e sexy, palloncini, e la graffiante cover di Can't Take My Eyes Off You (scritta in pieni 80’s da Giorgio Moroder per Gloria Gaynor) punkeggiata dai Muse in sottofondo, in un carnevalesco e sessuale cordoglio, con un dionisiaco e festoso feretro-musical. La scena migliore.
Attrice rivelazione dello spettacolo: Valentina Scuderi, la più brava, completa ed emozionante. Non un’attrice da quattro soldi, ma un’attrice da quatto soli. È anche amministratrice della Baby Gang, di cui è tra i fondatori.
Attore rivelazione dello spettacolo: Federico Bonaconza, il più talentuoso. Non un attore da tre soldi, ma un attore da tre soli. È anche il responsabile della Baby Gang, di cui è tra i fondatori, e parente della Macelleria Bonaconza di Verona, tra gli sponsor dello spettacolo.
Le polemiche teatrali: prima dello spettacolo (o forse già nello spettacolo?) Paolo Rossi informa la platea che per complicate e noiose vicende contrattuali, per ogni replica a cui partecipi, deve mezzo milione di euro alla sua vecchia agenzia. La Baby Gang è composta da attori precari, e Paolo Rossi prende il minimo sindacale
La Baby Gang e le date della tournèe: www.babygang.org/Home.htm. Noi ce lo siamo goduto a Bologna, al teatro Dehon. Lo spettacolo ha vinto il Premio Nuove Sensibilità, a Napoli, nel 2009.

giudizio:



7.02
Media: 7 (15 voti)

Commenti

Ho letto con piacere il tuo

Ho letto con piacere il tuo articolo. Grazie della tua analisi e del consiglio. Se ne avrò l'occasione, andrò a vedere lo spettacolo.

Il riso, anche se amaro, sembrerebbe l'unica via possibile. Ciao.

Ho visto lo stesso spettacolo

Ho visto lo stesso spettacolo e condivido l'analisi. Quanto alla sovraesposizione, però: è quella di un maestro di bottega che si espone più per esporre i suoi discepoli che per esporsi. In generale lo spettacolo immalinconisce, perché è davvero capace di raccogliere in parte la musica di un'epoca che sta morendo. Bentornato al Giudizio e al Giudice agamico!

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