• Seguici su:
TEATRO

Lunga vita all'Ubu Re

L'indimenticato personaggio di Alfred Jarry restituito alle scene dall'allestimento di Roberto Latini: sbuca dal nulla e ci squaderna davanti un complesso gioco di scatole tutto teatrale, che va dai testi di Shakespeare al Pinocchio rivisitato da Carmelo Bene. Ma è molto di più del solito rosario di citazioni...


di Igor Vazzaz


Merdra! Non si può iniziare altrimenti. La storpiatura escrementizia con cui ha inizio il testo del giovane Jarry è sciente disarticolazione logico-sonora che rompe un silenzio atavico per lasciar dietro sé il cadavere del linguaggio, un simulacro tumefatto e inerte. Arrivare a Ubu dal niente assoluto, dal nitore di quella scatola vuota che è la scena: la prima visione offertaci da Roberto Latini e Fortebraccio Teatro è muta, sospesa in una dimensione metafisica e inquietante. Un sole (o un gong?) disegnato dalle luci sul fondale ed ecco l’ingresso silente di glabre maschere umanoidi, figure vestite di tuniche bianche. Identiche, eppure diverse, incedono tra il monastico e lo scimmiesco nella gelida rarefazione che cattura il pubblico, solcando lo spazio d’un altrove collocatosi prima, o oltre, la Storia. La memoria scivola a certe sequenze kubrickiane, apparentando i primati dell’Odissea spaziale a queste tacite presenze antropomorfe. 
 
Non personaggi, sono potenze, incarnazioni teatrali di forza inusitata, quella della maschera. Brandiscono legni con spaghi legati alle cime, simulano una pesca che è forse la concretizzazione della cautela necessaria a qualsiasi teatrante che voglia avvicinare Ubu. Cimentarsi con la paradossale creatura partorita dal genio adolescente di Jarry rappresenta una sfida, una follia, e solo tornando al silenzio, nella sospensione d’ogni essenza, si può sperare d’entrare in contatto col mistero del teatro. Ché Ubu è questo: anarchica detonazione carnevalesca, irriducibile alla logica, antipodica al verosimile, allergica al conveniente. È follia decostruttoria, teppismo guignolesco, voragine in grado di ricuperare autenticamente alla scena nientemeno che Shakespeare.
 
E questo Ubu roi comprende, e supera, quanto appena illustrato, nella pienezza d’una scrittura scenica che è l’essenza stessa del teatro: non il rispetto ossequioso, onanistico del testo, non la filologia necrotica dei pirandelli a inflazionare i cartelloni, ma la ricerca profonda, rischiosa dello spirito d’una pièce, negli effetti di risonanUbu-roi_Savino-Paparella-Ciro-Masella.jpgza, amplificazione e potenza, ottenuti da accostamenti poetici, crasi testuali, citazioni. È Teatro, è Gioco. E lo spettacolo assume una forma tripartita: c’è la scatola bianca della sospensione (la pésca afasica), c’è la recita dell’Ubu vero e proprio, violenta, grottesca, e c’è il convitato di pietra, quel burattino quasi contemporaneo alla creatura jarriana che è Pinocchio, Latini stesso. La puntuale costruzione sonora chiosa e alterna le fasi, accompagnata dal disegno luci: un suono e il palco muta, in scena il personaggio collodiano. 
 
Tutto bene, vien da dire, anzi, bene Bene, ché il Pinocchio è tributo, per nulla fuor di luogo, a quello, mitico, di Carmelo, catena al collo inclusa, nella pratica d’un teatro che della gemmazione fa la propria arma in più. È Latini-Pinocchio-Bene a destarsi, come a sognar Ubu Roi, per farsi poi attraversare da lacerti scespiriani (a memoria, ricordiamo d’aver ascoltato brani da Macbeth, Amleto, Romeo e Giulietta, La tempesta), o è l’Ubu sospeso a immaginare Pinocchio?
 
Già il solo Ubu, nel senso della recita, sarebbe sufficiente: Ciro Masella è una Madre azzeccatissima e baffuta, dal vociare squittente e sfrontato, Savino Paparella un Roi ventrale e pantagruelico, per non dir della Regina Rosmunda nell’eloquio astratto del bravo Sebastian Barbalan. Tutti gli elementi, però, funzionano a meraviglia, nei quadri visivi perfettamente allestiti, dominati da contrasti cromatici efficaci, nella dimensione circense e ludica che mescola la commedia originale a languidi inserti in cui due attori con maschera da orso (un lui e una lei) si scambiano effusivi segnali. Sarebbe sufficiente, ma è nulla in confronto a ciò che resta di questo spettacolo magnifico, nella sapiente dilatazione delle sequenze musicali, nella con-fusione feconda di citazioni che, si permetta il bisticcio, mai puzzano di citazionismo. Ché un conto è riprendere à la mode de, strizzando ruffianamente l’occhio allo spettatore pseudocolto, altra cosa è operare una costruzione teatrale complessa, in cui ogni singolo elemento presenta l’attributo non solo della giustificazione, ma dell’urgenza. E giustificata e urgente è l’amplificazione vocale del Pinocchio, ulteriore dettaglio beniano, nell’uso creativo della tecnologia; giustificato e urgente è accostar Jarry, Shakespeare e Collodi, non un mero vezzo intellettualistico a compiacere, consolare, rassicurare.
 
Tutto tiene e ci riporta a teatro e al Teatro, a quella profonda e spaventosa libertà rappresentata da Ubu, che dalla caricatura insolente del professore di fisica Hébert, attestato prototipo ubuesco, giunge nell’altrove immoto della scatola magica di Roberto Latini, per uno spettacolo che, vivaddio, non potremo certo dimenticare.



Tags: alfred jarry, carmelo bene, Igor Vazzaz, Pere Ubu, pinocchio, recensione, Roberto Latini, shakespeare, Ubu roi,
22 Febbraio 2012

Oggetto recensito:

Ubu Roi, di Alfred Jarry, regia di Roberto Latini

Il resto della locandina: Gianluca Misiti, musiche e suoni; Luca Baldini, scena; Marion D'Amburgo, costumi; Max Mugnai, luci; Tiziano Panici, assistente alla regia; con Lorenzo Berti, Fabiana Gabanini, Simone Perinelli, Marco Jackson Vergani; Produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana/ Fortebraccio Teatro
 
Visto a: Prato, Teatro Fabbricone, il 7 febbraio 2012
 
Prossimamente: Ravenna, T. Rasi, 28/2; Modena, T.delle Passioni, 1-3/3; Roma, T.India, 21-25/3; per ulteriori aggiornamenti, visitare la pagina del Teatro Fabbricone 
 
Ubu Roi: opera teatrale che, pur debuttando al Théâtre de l'Œuvre di Parigi nel 1896, ha un’articolata gestazione che affonda le radici in una farsesca leggenda scolastica che i fratelli Morin, compagni di studio del giovane Alfred Jarry in un liceo a Rennes, cucirono addosso (e contro) il malcapitato professore di fisica Hébert. Nato come burattino (sono a disposizione i disegni originali dello stesso Jarry), Père Ubu trova la strada del palcoscenico divenendo, nei fatti, il reale precedente e un ispiratore delle avanguardie storiche, di Artaud e del Teatro dell’Assurdo.

giudizio:



9
Media: 9 (1 vote)

Commenti

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
 
CAPTCHA
Questa domanda serve a verificare che il form non venga inviato da procedure automatizzate
Image CAPTCHA
Enter the characters (without spaces) shown in the image.