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di Lorenzo Monaco

Lacrime e sangue? Privatizzati


Ebbene, è accaduto. Dalle stanze del governo è uscito un decreto che ha concesso alle aziende private di allungare (ulteriormente) le mani sull’acqua. La risposta era inevitabile. Folle di homo sapiens, l’unica specie animale consapevole di essere poco più di acqua sporca (di fatto siamo acqua sporca e qualche grammo di consapevolezza) hanno levato voci di protesta. “Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua”, ha urlato dai blog padre Alex Zanotelli. “Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è diritto fondamentale umano”. Altri hanno lamentato (e lamentano) che con l’ingresso dei privati le bollette schizzeranno e, contemporaneamente, si rovineranno le preziose qualità della sostanza origine di tutti i nostri umori corporei. Dal sangue alle lacrime.
 
Paura, complotto, sfiducia nel prossimo: nella privatizzazione dell’acqua si trovano tutti gli ingredienti del mondo contemporaneo. Certo, questo processo è disturbante: è spiacevole sapere di essere solo piccoli atomi di acqua che gettano tubi di sopravvivenza verso l’immenso ciclo idrico. Ed è quindi terribilmente inquietante sapere che in fondo al tubo potrebbe esserci un signore in doppiopetto che fino a qualche mese prima scioglieva persone nell’acido o una lugubre multinazionale che allunga i suoi tentacoli in ogni ramo del business, per riempire i suoi forzieri di dobloni e fondi di investimento.
 
Ma, come sanno i bambini che infilano le dita nei bicchieri per vederli ingigantire, quello dell’acqua è un regno deformante e illusorio. E’ strano che il problema sia il “privato” (nessuno si lamenta che il nostro cibo è totalmente privatizzato ed è trattato come merce in qualsiasi supermercato). Evidentemente nel dibattito le informazioni sono state deformate e rifratte dalle emozioni. Il Monaco elettrico è andato a spulciare qua e là e ha trovato le seguenti informazioni. Primo: l’acqua è veramente un diritto (così si espresso anche il Parlamento europeo). Secondo: l’acqua in Italia è una risorsa totalmente pubblica. I privati accederanno solamente ai tubi (alla distribuzione). E dopo un concorso pubblico. Terzo: le tariffe per i cittadini sono sempre concordate con i poteri pubblici (speciali agenzie chiamate ATO, formate dai Comuni).
Dunque, è tutto falso? E allora – qualcuno dirà – perché l’acqua sta costando sempre di più da quando sono arrivate le aziende private? La risposta non è nella natura di chi gestisce le tubature, ma si trova su una Gazzetta ufficiale. Esattamente in una legge del 1994 che ha stabilito che i cittadini debbano pagare in bolletta anche i costi di gestione, manutenzione e investimento, sia che il padrone dei tubi sia pubblico sia che esso sia privato (nella bolletta paghiamo insomma il miracolo tecnologico che trasforma l’acqua in una sostanza potabile e ci accolliamo anche tutti gli apparecchi che manipolano i reflui per abbattere l’inquinamento. Costi che avremmo pagato comunque con le tasse comunali).
 
Questo post in ogni caso non vuole tranquillizzare. Qualcosa andrà storto. Succede sempre. Enti privati che fanno investimenti sbagliati. Acquedotti pubblici che spacciano consapevolmente sostanze cancerogene nei rubinetti (è successo a Pescara). Il problema sta nell’assenza di controllo (questo sì pubblico). Perché le ATO sono soggette a tutte le precarietà della politica (i privati manent, le giunte comunali volant) e perché manca un’Autorità che vigili su quanto accade. Esiste solo un piccolo comitato (che da qualche mese si chiama Commissione di vigilanza sulle risorse idriche) che ogni anno cerca di capirci qualcosa e suggerisce soluzioni al Parlamento. Ma si occupa solo dell’acqua che beviamo noi cittadini. La stessa acqua però è usata dalla centrali elettriche, le industrie, i campi coltivati. E non esiste un coordinamento reale tra tutte le attività. Qualcosa andrà storto, dunque. E sarà soprattutto un problema di mancanza di organizzazione.

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Inserito da Lorenzo Monaco - 14 dicembre, 2009 - 12:26


Commenti

Io vivo a Pescara e sto

Io vivo a Pescara e sto benissimo. Non bevo acqua di rubinetto, ci mancherebbe, puzza come la varechina. Ma faccio la doccia spesso. Ammetto che la mia cute si sia un po' ipercheratinizzata, ultimamente. Forse è l'età. Forse è qualche tio-ciclo-idrossi-esano, ma se penso alle siccitose desolazioni africane, accetto meglio il rischio del bidet

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