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ritratto di Gian Luca Favetto
di Gian Luca Favetto

Punti di vista


È che le cose si possono dire in tre, quattro modi diversi, e si possono anche affrontare in tre, quattro modi diversi, forse anche in sette; mai in un unico modo, e nemmeno in due soltanto, in genere contrapposti: a un modo se ne contrappone un altro, al bianco si contrappone il nero, allo 0 si contrappone l’1, roba da computer, da linguaggio binario, mentre le lingue sono tante, mica una, nemmeno due.
È che le cose si possono vedere in tre, quattro modi diversi, dipende dagli occhiali che usi o non usi, dalla luce, dalla distanza, dall’ambiente, dalla tua energia o stanchezza, dall’attenzione, dalle aspettative. È questione di punti di vista.
È così che le storie si possono raccontare in tre, quattro modi diversi: tutte le storie, la storia del mondo e quella di casa mia; la storia di Creonte e Antigone, lui che vuole far rispettare la legge, lei che vuole seppellire il fratello; la storia della verginità della Madonna e la storia dell’onestà o corruzione di Bertolaso (accusando, assolvendo, attendendo, a seconda del gerundio che usi, scegli un modo di raccontare, a prescindere dalla magistratura, che con i suoi tempi inquisisce e giudica, non racconta).
Pensavo a questo per una storia che ho pescato in un paesino della Francia, curiosa e banale insieme. È una buona storia, con uomini e donne che si danno battaglia e si contrappongono su un sistema di videosorveglianza. In linea di principio sposo la tesi più vicina ai miei convincimenti, alla mia idea di libertà, privacy e democrazia, la sosterrei convinto in qualunque discussione o dibattito. È però, fra il principio e il racconto – nemmeno la realtà, il racconto - in mezzo ci sono gli uomini. Sono loro che devo raccontare, ciascuno con le sue ragioni e responsabilità, visioni e ottusità. Chi racconta non dimentica se stesso, ma i giudizi e i pregiudizi sì. Chi racconta sta dalla parte del racconto. Solo.


8.208
Media: 8.2 (5 voti)

Inserito da Gian Luca Favetto - 15 febbraio, 2010 - 11:04


Commenti

..a meno che uno non abbia un

8.01

..a meno che uno non abbia un bel disturbo di personalita' e allora vai con tre,quattro o piu' punti di vista...ma quanta fatica!

"Così è se vi pare" e anche

"Così è se vi pare" e anche "Rashōmon" non sono frutto di disturbi di personalità, mi pare... in quanto alla fatica, vedere le cose da più punti di vista, a mio parere, è un ottimo esercizio di rispetto delle opinioni altrui.

sorry, ho scritto un "in" di

sorry, ho scritto un "in" di troppo

Ma certo che non sono frutto

Ma certo che non sono frutto di disturbi di personalita' :) il mio era un commento ironico utilizzando una "Anfibolia"?(non ne sono sicuro l'ho scoperta da poco questa parola).

"È però, fra il principio e il racconto – nemmeno la realtà, il racconto - in mezzo ci sono gli uomini. Sono loro che devo raccontare, ciascuno con le sue ragioni e responsabilità, visioni e ottusità. Chi racconta non dimentica se stesso, ma i giudizi e i pregiudizi sì. Chi racconta sta dalla parte del racconto. Solo."

Allora chi racconta: e' da "solo" con il suo racconto o utilizza "solo" un punto di vista? Giocavo,banalmente e provocatoriamente, ad immaginare che si possa raccontare "solo" un punto di vista alla volta...in ogni caso mi hai messo la curiosita' di leggere "Roshomon",grazie :) Anche se nell biografia dell'autore... Da Wikipedia: "Ma l'ambiente letterario cambia, prediligendo più gli argomenti sociali, mentre Akutagawa ama lo stile biografico. Un suo amico impazzisce e torna a farsi sentire l'ombra della madre pazza, che lo aveva perseguitato fin da bambino. Comincia a temere di divenire pazzo anche lui, soffre di allucinazioni e forte eccitabilità nervosa; nel 1927 prova a togliersi la vita assieme ad un amico della moglie, ma il tentativo fallisce, finché il 27 luglio 1927 ingerisce una quantità fatale di Veronal, uno dei barbiturici dell'epoca, prescrittogli pochi giorni prima dal suo medico, lo psichiatra e poeta Saito Mokichi. Muore a soli 35 anni."

Cosi',per provocare un altro po'...

leggere? io parlavo del film

leggere? io parlavo del film di Kurosawa, del libro di Akutagawa non sapevo nulla. comunque, hai ragione tu, un po' disturbato questo signore doveva esserlo. e grazie di avermi fatto sapere da dove venisse fuori il film, ho sempre pensato a un qualche strano influsso di Pirandello in terra nipponica. già che ci siamo, hai mai visto la versione con Paul Newman? fa l'effetto di una gondola di plastica con la scritta "made in China", solo che è "made in the USA".

cambiando argomento, l'anfibolia mi fa sempre pensare a una rana che ha problemi di aria nel sangue, mentre invece è un'ambiguità grammaticale. anche la rana ammalata è un errore, a pensarci bene. chissà quale punto di vista avrebbe una rana del genere sulla vicenda del ladro, della signora e del marito, magari sarebbe valsa la pena di indagare in questa direzione. e chissà dove arriveremo di provocazione in provocazione...

Caro Gian Luca, e il racconto

Caro Gian Luca, e il racconto da che parte sta? Solo? O in compagnia? E in compagnia di chi? Chi e che racconta il racconto del suo racconto? Cioè, c'è qualcuno o qualcosa che racconta a chi racconta cosa raccontare? L'enunciazione, come direbbe qualche esperto del settore, come e dove si pone nei confronti del racconto e di tutto ciò che gli sta dentro? Come vedi mi hai scatenato domande, domande, domande. Mi sento interrogativa. Che racconto ne verrà fuori?

sì che c'è qualcuno che

sì che c'è qualcuno che racconta a chi racconta il racconto del suo racconto! a seconda dei casi si chiama Musa, o ispirazione, o bisogno di scrivere, o necessità di testimoniare, o gusto dell'invenzione... potrei continuare all'infinito: con una parola: si chiama intenzione. è l'intenzione che aiuta il racconto a nascere. però un racconto ben fatto è come se già esistesse, lo devi soltanto ascoltare e portare alla luce. l'intenzione fa un'operazione maieutica verso il racconto, che a volte però se ne infischia di tutto e nasce come vuole lui. insomma: le cose esistono e noi dobbiamo coltivare l'intenzione di scoprirle, così, mentre emergono verso di noi, ci rendiamo partecipi del suo emergere. un caos, no? scrivere è bello per questo.

I punti di vista sono come

I punti di vista sono come paletti visti dall'alto, contornano un luogo, uno spazio, un contesto. Dovremmo avere sempre la capacità di volare e guardare le cose dall'alto, perché solo così non ci perdiamo nei rigoli dei pregiudizi che vanno ovunque, spesso in altri luoghi e contesti che poco c'entrano con il luogo in cui sono nati. Sono importanti, ma per chi deve assaporare il fresco verde di un prato e tutto ciò che contiene è bene sorvolare e guardare dall'alto. Togliendo quel "chi" e "dove" i contenuti di quel piccolo mondo segnato dai diversi punti può apparire ed essere completamente diverso, osservi il contenuto e non il contenitore e puoi abbeverarti dei colori meravigliosi di ogni essere che lì si bea di ciò che è.

è che nelle parole c'è

è che nelle parole c'è l'intenzione che metti. è nella visione a cui aderisci. quando scegli lo sguardo hai già aderito a una visione, che poi è una versione dei fatti. così, con le parole e l'intenzione costruisci una versione dei fatti che è la realtà, la tua realtà, quella a cui credi prendendo le parti di una delle due, tre, quattro, sette parti in gioco. ma quando racconti e sei onesto e la tua, di intenzione, si accosta allo sguardo stupito davanti al mattino, allora il racconto richiama un senso del serio che è tutt'uno con vero. e la storia prende forma nonostante la tua volontà. e per raccontare, allora, rimane soltanto da seguire le cose come le senti, e le parole si fanno trasparenza e stupore. e allora rimani da solo con la magnifica responsabilità di scegliere le parole per stare vicino al racconto.

in altre parole le tue stesse parole.

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