Le donne e le case
Questo non è Kafka, purtroppo, sono io, e pazienza - uno vorrebbe toglierselo di dosso, questo io, almeno quando scrive, essere già gli altri che leggono, essere tu. Comunque. Nella settimana dell’8 marzo - auguri, perché non sia soltanto un giorno, ma possa essere sempre; può accadere, no?, girando l’8 di novanta gradi, per esempio, mettendolo orizzontale, così ∞, puoi pensare all’infinito, è il simbolo dell’infinito, è il per sempre...
Nella settimana dell’8 marzo, dicevo, la settimana della prima donna che conquista l’Oscar come miglior regista, Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, recupero qualche riga scritta l’anno scorso in un romanzo. C’è un vecchio comandante di navi a cena con un giovane fotografo. Il comandante si chiama Cindro Ferretti, è un triestino. Damir Babic, il fotografo, è di Sarajevo. Si trovano in Sicilia, una sera di novembre, verso Sciacca. Bevono e mangiano. Si raccontano. A un certo punto il vecchio comandante, parlando delle navi, dice che passano, nel senso che invecchiano, finiscono. E sai perché passano?, chiede. Il giovane capisce che non deve rispondere, ascolta. “Perché sono nate per gli uomini – attacca Ferretti. Invece le case, che nascono per le donne, non passano, le devi buttare giù. Se fosse per loro, non passerebbero mai. Le donne tengono le cose, le custodiscono, gli continuano la vita. Gli uomini le usano, le consumano, per questo passano. Le case nascono per impedire alle donne di spostarsi, di fare le nomadi. Dài alle donne un luogo di cui occuparsi, invece di lasciarle libere in modo che abbiano tutto lo spazio a disposizione. Capito lo scambio? Un luogo al posto dello spazio. Una prigione, magari dorata, invece di tutta la Terra. La casa è una punizione preventiva per l’adulterio, un tentativo di evitarlo. Comunque, ti punisco: stai chiusa lì tu”.
I passanti
Questo non sono io, questo è Franz Kafka, che fotografa una condizione molto attuale. Se non proprio un sentimento, mi sembra una sensazione piuttosto diffusa ai nostri tempi, quasi divorante, qualcosa che bascula fra incertezza e inadeguatezza, mezza e mezza.
È un brevissimo racconto. Mi dà l’idea di un’immagine in movimento (questo sono i racconti migliori: immagini che si muovono in noi, si commuovono con noi e ci inducono al movimento). Può funzionare come soggetto di un cortometraggio. S’intitola I passanti. Sono poche righe che a me ricordano il presente in cui viviamo. Un presente imbarazzante, a cui non bisogna arrendersi.
Scrive Kafka: "Quando si passeggia di notte su una strada e un uomo, che si può già scorgere di lontano – perché la strada è in salita e c’è la luna piena -, ci viene incontro correndo, noi non lo acchiapperemo, anche se è debole e cencioso, anche se un altro uomo lo insegue gridando: lo lasceremo proseguire nella sua corsa – poiché è notte e non è colpa nostra se la strada che si srotola dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena; può darsi, poi, che i due si rincorrano per divertirsi; forse entrambi inseguono un terzo; forse il primo viene inseguito pur essendo innocente; forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diverremmo complici di un assassinio; forse i due si ignorano a vicenda e ciascuno di loro corre per conto proprio verso il suo letto; forse sono dei nottambuli; forse il primo è armato. E, infine, forse che non ci è concesso di essere stanchi? E non abbiamo bevuto tanto vino? Siamo contenti, finalmente, di non scorgere più nemmeno il secondo".
Appartenenze
E allora uno sceglie e prova a dire non appartengo. A scatola chiusa non appartengo a niente. Fuggi all’appartenenza opponendoti con un preferisco di no. Essendo cosciente dei tuoi limiti, magari scegli il condizionale: preferirei di no. E poi, docilmente, ma in modo irremovibile, ti comporti di conseguenza. Come Bartleby, l’ostinato, temerario, rivoluzionario personaggio di Herman Melville.
Preferirei non appartenere a questa cosa che ricorda il Colosseo. Passano le epoche, cambiano anche molto, ma ciascuna si ritrova il suo Colosseo, con quello che ci sta dentro e attorno. Non mutano i comportamenti, nemmeno l’atmosfera. È come se scorgessi l’imperatore che contempla i suoi sudditi per vedere il pollice verso o rivolto in alto, così l’illusione è che possa decidere secondo il volere del popolo il destino dei gladiatori, servi anche loro, nel senso che servono all’esercizio del potere. Sanremo è il Colosseo, Amici è il Colosseo, il televoto è il Colosseo: spettacoli e meccanismi che riducono il popolo a popò.
A questo baraccone, a questo Colosseo, questo popolo, questa popò non vuoi appartenere, non è la tua parte. E invece è questo che chiedono: essere uno di loro. Sei uno di noi, sanciscono. Lo pretendono. Fanno in modo di costringerti.
Se non appartieni a un gruppo, a una parte, a un clan, a una conventicola, a una squadra, a una curva, a un esercito, a una parola d’ordine, non sei nessuno. Essere nessuno, qui sta lo scarto e lo scatto. Nessuno e Bartleby insieme. Bartleby che si oppone con la quieta perentorietà di un no sommesso, agito, non urlato. Ed essere Nessuno, che con intelligenza si sottrae a Polifemo, lo vince e guadagna la sua libertà. Bene, per farne cosa poi?
Punti di vista
È che le cose si possono dire in tre, quattro modi diversi, e si possono anche affrontare in tre, quattro modi diversi, forse anche in sette; mai in un unico modo, e nemmeno in due soltanto, in genere contrapposti: a un modo se ne contrappone un altro, al bianco si contrappone il nero, allo 0 si contrappone l’1, roba da computer, da linguaggio binario, mentre le lingue sono tante, mica una, nemmeno due.
È che le cose si possono vedere in tre, quattro modi diversi, dipende dagli occhiali che usi o non usi, dalla luce, dalla distanza, dall’ambiente, dalla tua energia o stanchezza, dall’attenzione, dalle aspettative. È questione di punti di vista.
È così che le storie si possono raccontare in tre, quattro modi diversi: tutte le storie, la storia del mondo e quella di casa mia; la storia di Creonte e Antigone, lui che vuole far rispettare la legge, lei che vuole seppellire il fratello; la storia della verginità della Madonna e la storia dell’onestà o corruzione di Bertolaso (accusando, assolvendo, attendendo, a seconda del gerundio che usi, scegli un modo di raccontare, a prescindere dalla magistratura, che con i suoi tempi inquisisce e giudica, non racconta).
Pensavo a questo per una storia che ho pescato in un paesino della Francia, curiosa e banale insieme. È una buona storia, con uomini e donne che si danno battaglia e si contrappongono su un sistema di videosorveglianza. In linea di principio sposo la tesi più vicina ai miei convincimenti, alla mia idea di libertà, privacy e democrazia, la sosterrei convinto in qualunque discussione o dibattito. È però, fra il principio e il racconto – nemmeno la realtà, il racconto - in mezzo ci sono gli uomini. Sono loro che devo raccontare, ciascuno con le sue ragioni e responsabilità, visioni e ottusità. Chi racconta non dimentica se stesso, ma i giudizi e i pregiudizi sì. Chi racconta sta dalla parte del racconto. Solo.
Bosch e la nostalgia del futuro
Memoria e oblio
Memoria e oblio si danno la mano. Così deve essere. Non la mano di due che s’incontrano e si salutano: buongiorno, buonasera. Ma la mano di due amici per la vita: un patto d’onore, un’affermazione di lealtà. Come tra due fratelli di sangue. Tra due gemelli. Siamesi. Uno attaccato all’altra. Indissolubili - e che mai nessuna operazione chirurgica provi a separare la sorella buona dal fratello cattivo, la memoria dall’oblio. Divisi, si sviliscono; perdono senso, energia, valore; periscono.
Pensavo questo continuando a leggere del Giorno della Memoria. E pensavo anche: ricordare non serve a evitare che le cose riaccadano, né in guerra, né in amore; avere memoria è alla base dell’apprendimento, è la condizione del sapere e dell’essere comunità. Dovrebbe servire a comportarsi per il meglio, quando le cose ricapitano, quando si ripetono gli errori e gli orrori, i fallimenti, persino le felicità. Dovrebbe aiutare a correggersi, a scegliere il comportamento giusto secondo coscienza e secondo diritto.
Per avere memoria, però, devi frequentare l’oblio. Devi fare spazio in te, devi scegliere, e devi dimenticare: a volte lasciando andare il ricordo, lasciandolo spegnere, a volte gettandolo dietro di te, a volte nutrendoti e digerendolo, fino ad espellerne le scorie. Solo così puoi perdonare, ad esempio.
Come direbbe Groucho Marx: non voglio stare in un posto dove tutti si ricordano tutto di me. È una questione di leggerezza, non di superficialità. La memoria prevede una moria di me, grazie alla quale posso andare avanti. Così come l’oblio prevede la dimenticanza dell’io. Nessuna delle due parole parla degli altri. Agli altri devi pensarci tu, un po’ ricordandotene, un po’ dimenticandoli.
NOTA LIBRI
Per chiuderla con l’elenco. Avendo scelto di seguire i consigli arrivati sul sito, alla mia e-mail e per telefono; avendo deciso di considerare anche gli sconsigli; avendo pensato di alternare romanzi, racconti e saggi; ecco la lista da cui pescherò nei prossimi mesi, con l’idea poi di renderne conto.
Sillabari di Goffredo Parise. Perché ho la fortuna di non averlo ancora letto e sembra imperdibile.
Le parole e le cose di Michel Foucault. Perché contiene mille libri, è una mappa del mondo e del sapere del mondo.
American tabloid di Ellroy. Perché mi sto perdendo l’America e voglio provare a conoscerla, a riconoscerla.
La notte dei calligrafi di Yasmine Ghata. Perché c’è la Turchia, Oriente Occidente, e la calligrafia, ed è sottile.
I signori degli orizzonti di Jason Godwin. Perché ho letto due suoi romanzi e voglio un po’ di sua storia dell’impero ottomano.
Memoria del fuoco di Eduardo Galeano. Perché lo puntavo da un po’: racconti brevi da assaggiare a poco a poco. Monumentale, durerà a lungo
La connessione di tutte le cose di Selden Edwards. Perché mi incuriosiscono le connessioni e i romanzi che attraversano i tempi.
Storia di Neve di Mauro Corona. Perché voglio leggere italiano, Mauro è un amico, so che è un buon romanzo.
Le campane di Bicêtre di Georges Simenon. Perché è Simenon, lesto nello scrivere, lesto da leggere, sempre capace d’incanto.
Ricamare il mondo. Perché mi piacciono le carte geografiche, e questi sono piccoli saggi su donne e mappe.
Tengo in panchina Galimberti, Kundera, Waugh, Thubron e Pamuk – verranno buoni anche loro. Mi accorgo adesso che manca un libro di poesia. Non è possibile. Lo scelgo da solo.
Leggere e vedere
Grazie per l’aiuto. Allora: del leggere e del vedere - il mondo -, è questa la questione. Lo pensavo mentre confrontavo suggerimenti e impressioni e impilavo i dieci libri da affrontare nei prossimi mesi, appena avrò terminato L’uccello che girava le viti del mondo di Murakami e La luce della notte di Pietro Citati. La decisione di far pulizia tra gli scaffali, scegliere alcuni libri di quelli accontonati da troppo tempo e affrontarli con l’idea che la lettura sia una parte di te, non solo un’occupazione per passare il tempo, bene, questa decisione discende anche da una frase che mi ha detto un mese fa un’amica. Parlavamo di Berlusconi, poi di Marrazzo, poi di varie quisquilie che i giornali spacciano per notizie ed eventi.
Lei è docente all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, critica d’arte, curatrice di mostre, scrive bene e bene ragiona, molto attenta alle cose che accadono. Si chiama Lea Mattarella. Hai letto questo sui giornali?, e quest’altro?, e questo ancora?, incalzavo io. Lei argomentava sullo stato dell’informazione. Poi, a un certo punto, mi guarda di tre quarti, sorride e dice: “Io leggo solo romanzi”. Nessuna superiorità, snobismo o furberia nel tono. Lea - che legge solo romanzi e poi, naturalmente, vive - prende dai libri gli occhiali per guardare il mondo. Leggere letteratura, saperi e storie non solo informazioni e cronaca, consente di vedere e cogliere le differenze, le inadeguatezze, le connessioni di tutte le cose del mondo.
Proprio per il titolo, La connessione di tutte le cose di Selden Edwards è uno dei dieci libri che ho scelto. Sono già, più o meno, selezionati anche gli altri nove: rimane un dubbio e mezzo. La prossima volta fisso l’elenco in un post-scriptum qui sopra e comincio ad assumermi le mie responsabilità. Ciò che è scritto nel web è per sempre, dicono, omai.
Leggere i libri accantonati/parte 2
Dunque, sono 141 i libri messi da parte negli ultimi quattro-cinque anni, pensando di leggerli poi. Il poi è arrivato. Ora è il momento della scelta: una settantina li lascio al loro destino di pagine incognite, li archivio pressoché definitivamente; per una quarantina prolungo l’attesa; i restanti, quelli che conservano il fascino di quando li ho comprati, li affronto. A poco a poco.
Lascio qui una rosa e nei prossimi giorni, con l’aiuto di chi vorrà, scelgo i dieci titoli con cui giocare fino all’estate. M’incoraggia l’idea dell’impegno. Un dovere in piena libertà è un piacere. Già qualcuno mi ha detto che accumulare libri, in fondo, è accumulare tempo. Speriamo.
Fra i classici che non ho mai letto: Il milione di Polo, Le parole e le cose di Foucault, L’adolescente di Dostoevskij, American tabloid di Ellroy.
Fra gli ultimi acquisti: Un incontro di Kundera, Sillabari di Parise, Tre donne di Musil, Ricamare il mondo di vari autori, I miti del nostro tempo di Galimberti.
Fra quelli che attendono da più anni: Alla ricerca del libro perduto di Gingerich, Vivere in nicchia, pensare globale di Sertorio, Il mio nome è rosso di Pamuk, Solomon Gursky è stato qui di Richler, L’irrealtà del tempo di McTaggart.
Fra quelli che considero di viaggio: Esploratori di Fernandez-Armesto, I signori degli orizzonti di Goodwin, Quando viaggiare era un piacere di Waugh, Ombre sulla via della seta di Thubron, Maximum City di Mehta, Memoria del fuoco di Galeano.
Fra i romanzi: Eredi della sconfitta di Desai, La notte dei calligrafi di Ghata, Il ragazzo che amava Shakespeare di Smith, La fortezza di Hasz, Storia di neve di Corona, La regina degli scacchi di Tevis, Le campane di Bicêtre di Simenon, La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Murakami, La connessione di tutte le cose di Edwards.
Sembra facile scegliere, ma è sempre una perdita, una rinuncia.
Buoni propositi: leggere i libri accantonati / parte 1
Il canto delle spose, film che turba
Il clima e Márquez
Io e Noi
Io diffido di chi dice spesso io io io, di chi getta questo raglio d’asino avanti a tutto. Diffido di chi si accomoda in questo pronome e con l’io comincia ogni discorso. Non è un caso che l’abbia scritto troppo, io, in queste righe. Diffido di me.
Una vita chiamata Desiderio
La casalinghitudine del film






