Adulterii e menages a quattro, che più espliciti di così non si può. Un film che vorrebbe mandare a dormire i bambini ma finisce con l'assopire anche gli adulti. Abbiamo sondato la reazione della platea veneziana davanti alla pellicola a luci rosse di Antony Cordier, scoprendola più annoiata che scandalizzata
di Andrea B. Previtera
E’ giunta l’ora di chiamare in aiuto il potere chiarificante della democrazia. Troppe le brutture, le storture, troppi i punti interrogativi cubitali di questo periodo cinematografico, e il dubbio di possedere un occhio troppo severo prende il sopravvento. Happy few, titolo inglese e produzione francese, poca storia e una voglia quasi infantile di provocare la sala, ed è alla sala che stavolta lascio la parola, facendomi più cronista che recensore. Cronista di una storia semplice: quella di un pubblico che inizia mugugnando, perchè questo Happy few, di
Sofia Coppola porta al Lido la storia di Johnny Marco, divo annoiato dalla bella vita hollywoodiana fino all'arrivo a sorpresa della figlia undicenne. Un film ambizioso ma vuoto, a dispetto del cognome illustre dell'autrice e delle opere più degne firmate finora
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Giovane attore americano insulso - benché celebre nella finzione - sale e scende dalla sua Ferrari facendo il debito broooom; sale e scende da molte donne di cui ha una labile memoria, e, dopo molti sussulti sempre uguali, scopre di non sapere come comportarsi con la figlia adolescente, praticamente un'estranea, che gli piomba addosso durante una vacanza. E che (forse) lo vuole conquistare o (forse) inconsciamente redimere dal nulla in cui naviga a vista. E qui la recensione potrebbe esaustivamente finire; il film, invece, dura un'ora e 38 minuti. L'eroe scende dal
Il grande regista francese morto da poco: uno stile inconfondibile, solo in apparenza conservatore
di Alberto Barbera
Pessoa è stato uno, nessuno e centomila, un io disseminato sotto molteplici e ingannevoli identità. Kubrick era un ipocondriaco ossessivo e maniacale, rinchiuso nel proprio isolamento come in una fortezza inespugnabile. Nella storia dell’arte novecentesca, non mancano certo gli esempi di autori enigmatici o sfuggenti. Eric Rohmer, forse, era semplicemente riservato. Nessuno, se non una ristrettissima cerchia di amici, può dire di averlo conosciuto. E non perché fosse di carattere introverso o indecifrabile. Semplicemente, era (quasi) impossibile incontrarlo.











