Una favola natalizia per il regista finlandese: Miracolo a Le Havre è ambientata nel tempo sospeso di una comunità sottoproletaria francese, dove la gente è tanto laboriosa quanto generosa. Una storia surrealisticamente felice, il "miracolo" di cui abbiamo bisogno
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Dalla Le Havre de Il porto delle nebbie (film celeberrimo che vide all’opera per la prima volta il trio Prévert Gabin Carné-1938) alla Le Havre dei giorni nostri. Che potrebbe però essere anche quella degli anni cinquanta, tanto il tempo è disincarnato: qui le classi umili e non più giovani vivono spesso in una sorta di modernità retrodatata, siamo evidentemente in un apologo favolistico-realista, tanto che i soliti traduttori italiani hanno aggiunto la parola "miracolo" al più sobrio titolo originale di Le Havre. Gi&agrav
Più pastiche che thriller il nuovo film di Roland Emmerich, che passa dalla fantascienza alla fantastoria. Anonymous ipotizza che il grande bardo inglese si sia impadronito del lavoro altrui: sulla falsariga del Codice da Vinci, il regista tenta la carta della dietrologia retroattiva, ma gli va male
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Un film formalmente sontuoso sul conflitto d’interessi, spalmato lungo le sue tradizionali declinazioni: l’amore, il potere, il denaro, il sesso. Con l’aggiunta di una quinta, inusitata variabile, quella dell’arte. Ambientato nel periodo storico forse più spettacolarmente famoso, il secolo elisabettiano (debitore sia al miracolo della stabilità economica che allo strepitoso rigoglio della letteratura e della scienza) l’opera si avvale di una sceneggiatura più ascrivibile al pastiche di generi che al thriller puro e semplice. Come
La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo si trasferisce dagli scaffali delle librerie alle sale, per la regia del suo stesso autore. Peppinello, dieci anni, si divide tra una famiglia vivace e affollata e le sue fantasie solitarie. Una narrazione intelligente che riesce a far convivere diversi spunti nel solco della tradizione napoletana
di Marinella Doriguzzi Bozzo
“Quand’eeero piccola, dormivo sempre al lume di una lampada, per la paura della solitudine,paura che non m’ha lasciato mai”. Mina urla melodiosamente la sua canzone, mentre la cinepresa inquadra un vicolo amaro lungo il quale arranca Valeria Golino, fulminata dalla scoperta del tradimento del marito. Siamo a pochi minuti dall’inizio, e già si capisce, pur senza saper nulla di Ivan Cotroneo (qui alla sua prima prova registica) che siamo nelle mani di un intellettuale della napoletanità. Con gli inevitabili alti e bassi, ossia con il coraggio di ibrida
Premiata a Venezia, la pellicola del russo Alexander Sokurov ricalca l'epocale testo di Goethe, riducendo ai minimi termini la narrazione e concentrandosi sui particolari pittorici dell'immagine e della messinscena. Un'altra vittoria del ricatto da "cultura alta" sulle giurie festivaliere...
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Come affrontare la recensione di un film da cui si è usciti affranti e desolati? Affranti per la noia sparsa a piene mani, come la semina dei contadini prima dell'avvento delle macchine; desolati per il ricatto che una pretesa "cultura alta" sembra talvolta esercitare nei confronti delle giurie dei festival, che finiscono con il premiare opere ai margini dello specifico cinematografico, comunque lo si voglia intendere. Quest’anno Cannes ha incoronato come miglior film Tree of life di Terrence Malick (leggi) e Venezia questo Faust di Sokurov. Entrambi sontuosi
Discusso e un po' penalizzato al Festival di Cannes per via delle esternazioni antisemite del suo regista, Melancholia immagina uno scenario fantascientifico e apocalittico. Come le due sorelle protagoniste reagiscono all'avvicinamento di un pianeta che incrocerà la traiettoria della terra, distruggendola
di Marinella Doriguzzi Bozzo
La possente e struggente musica del Tristano e Isotta di Wagner non irrompe nella sala, ma sembra fermare le immagini sullo schermo in una sorta di minacciosa attesa, mentre dall’alto piovono le sagome distorte in cenere di uccelli, simili a foglie. Questo è il prologo del film che, almeno inizialmente, sembra proporsi le vette immaginifiche de Tree of life di Terrence Malick (vedi recensione) mentre è invece in grado di semplificarne lo spirito, senza cadere negli abissi di goffaggine di una pellicola che veniva premiata da quello stesso Festival di Cannes che nel contempo
Un roadmovie alla ricerca di se stessi. Come il suo personaggio, la rockstar decaduta Cheyenne (Sean Penn), anche il regista napoletano varca l'oceano per la sua prima pellicola internazionale. This Must be the place è un incontro riuscito fra il suo visionarismo d'autore e le esigenze da grande produzione
di Marinella Doriguzzi Bozzo
La vita come un breve intervallo, trascorsa tra l’enunciazione di quello che si farà in futuro e la quasi subitanea constatazione che “ormai è andata così". In questa concezione astratta della realtà si imbozzoliscono i giorni sempre uguali di Cheyenne, attempata rockstar che non vuole crescere, autisticamente ibernata da un trucco che lo maschera e lo sottrae ad un passato lontano, più sconfessato che rimosso. Nel contempo, quel trucco lo protegge dalla paura di vivere, rassicurandolo con la noia depressiva di abitudini, presenze e ambienti
L'amore che resta è quello che lega Enoch, sopravvissuto a tre mesi di coma, e Annabel, sua coetanea affetta da un cancro già allo stadio terminale. Un'altra variante sui temi eterni del sentimento tra adolescenti e del binomio amore e morte: ma l'autore di Elephant se la gioca tutta sul filosofico
di Marinella Doriguzzi Bozzo
“Entra fra queste braccia. Se ti parve meglio per me non sognar tutto il sogno, ora viviamo il resto”. Così John Donne, in una delle sue più celebri poesie, nell’insuperata traduzione di Cristina Campo. E mentre quel che là restava era l’impegno di un futuro condiviso, qui quello che resta sono tre mesi d’amore fra due post adolescenti corteggiati innaturalmente dalla morte. Nonché un consolatorio ricordo per lui e una breve condivisione per lei. Premessa per l’uno di una diversa disposizione a vivere, mentre per l’altra non
David Cronenberg racconta i triangolo tra Freud, Jung e la loro paziente Sabine Spielrein, simbolo della nuova scienza contesa fra i due. A dangerous method ricostruisce la storia della psicanalisi in un torbido intreccio di relazioni, dove l'unico a comportarsi bene, una volta tanto, è il regista
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Se si dovesse chiedere ad un uomo quali siano, secondo lui, i classici protagonisti di un triangolo amoroso, probabilmente risponderebbe: lui, lei, l'altra. In questo caso, invece, l'ottica è più "femminile", trattandosi di due lui e una lei. Ma non si parla di personaggi anonimi, ringalluzziti o dilaniati dai soliti eterni intrighi amorosi (che inevitabilmente coinvolgono anche altre vite, facendo di ogni triangolo almeno un pentagono). Bensì dei più autorevoli psicanalisti del '900, ossia Freud e Jung. Anzi, a ben guardare, il personaggio femminile non &
Le folli avventure di un chirurgo (Antonio Banderas) ai limiti della moralità, raccontate con enigmatica suspence. La pelle che abito, ultima fatica del cineasta spagnolo è una girandola di citazioni artistico-cinematografiche che però non sa replicare il grado di coinvolgimento dei film precedenti
di Marinella Doriguzzi Bozzo
La dolcezza insinuante, quasi midollare, del brano Petite fleur (1952) di Sidney Bechet a separare in due metà la storia, il cui racconto comincia dalla seconda per risalire fino alla prima. Si tornerà in seguito sul fatto ad aggiungere l’estrema agnizione, che arriva, appunto, all’ultimo secondo del film, quasi come un sigillo: l'unico momento di commozione tardiva in una pellicola che il regista Almodovar estrae di peso dal suo consueto bagaglio delle meraviglie, senza però mai riuscire a trasfigurarlo in repertorio artistico.
Il gioco a quattro inscenato da Roman Polanski nel suo ultimo film, appena presentato alla Mostra di Venezia, ricorda da vicino il film di Mike Nichols del '66, con cui condivide anche una matrice teatrale. Ma se la pellicola di allora fece scandalo, lo schema della lite domestica riproposto oggi risulta più debole
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Nel 1966 usciva sugli schermi Chi ha paura di Virginia Woolf, spaccato sulle liti apocalittiche di una coppia irrorata dall’alcool, in presenza di un’altra coppia di ospiti occasionali. Allora il testo teatrale che lo ispirava era una commedia di Edward Albee, adattata per lo schermo dal regista esordiente Mike Nichols. Cinque Oscar, e il vero merito di aver liberato cinematograficamente la crudezza violenta delle parole, in un’epoca in cui non si usava dire pubblicamente quel che si diceva in privato. Quarantacinque anni dopo, Polanski riadotta e riadatta lo stesso sc
Che cosa succederebbe se tutti gli immigrati sparissero di colpo? Ce lo siamo chiesti tante volte, Francesco Patierno ce lo fa vedere in Cose dell'altro mondo. Pellicola osteggiata dalla Lega ancora prima di uscire, riesce a dimostrare più che a divertire. Con Valerio Mastrandrea e il "terrunciello" in palese difficoltà con l'accento del nordest
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Nella sua Grammatica della fantasia (Einaudi, 1974) Gianni Rodari dedicava un intero capitolo al tema: ”Cosa succederrebbe se....” a suffragio dello sviluppo di ipotesi fantastiche, che tanta parte hanno in qualsiasi forma di narrazione. Domanda adottata anche dal film di Patierno, che immagina l’improvvisa scomparsa di tutti, ma proprio tutti gli stranieri in una cittadina del nord est che in origine doveva essere Treviso. Invece è poi diventata Bassano del Grappa, in seguito al veto del sindaco leghista Gian Paolo Gobbo alla concessione dei necessari permessi. Ostili
Con la scusa dell'uscita del suo ultimo libro, Sabato, addio, tracciamo il profilo di uno degli scrittori più interessanti della nuova letteratura italiana: quattro buone ragioni per iniziare a leggere una firma diversa da tutte le altre
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Si ripresentano gli inizi degli anni scolastici, le continuità del lavoro (o della disoccupazione), i resoconti delle vacanze, spesso postati fotograficamente su Facebook in termini di luoghi, amori, amicizie. Noi abbiamo trascorso questa fittizia immersione nell’altrove con Marco Archetti - naturalmente ad insaputa dell’autore che, intanto, chissà dov’era. E abbiamo scelto lui come compagno mentale non solo perché favorevolissimamente colpiti (e accade di rado) dal suo ultimo libro Sabato, addio (2011) ma anche perché desiderosi di capire come mai
I Segreti della Mente, del regista giapponese già autore dei famosi J-Horror Ring e Ring 2, mostra le vite di alcuni adolescenti, connessi fra loro dalle chatroom e dai drammi familiari. Un film contemporaneo ma non generazionale, che sacrifica alcune buone intuizioni a una trama scadente
di Marinella Doriguzzi Bozzo
“E tu che cosa ami?” chiede un ragazzo ad un altro, che gli risponde: ”La televisione; la guardo tantissimo”. ”E’ un hobby?” “No, studio e imparo la vita”. Sostituiamo la ricettività passiva della tivvù con l’interazione agita (e subita) della rete, e il tema del film è dato. Siamo cioè dalle parti della sociologia tecnologica, non osata, purtroppo, sino in fondo, in quanto travestita da pretestuoso thriller: un gruppo di ragazzi come tanti si conosce e si riconosce in una chat esclusiva. Comincia a
Verso il lontano oriente, nella fantasia o nel tempo, a trovare i vecchi amici degli anni della scuola. Anche d'estate vedere un film significa soprattutto viaggiare: e con i nostri consigli non servono nemmeno le sale aperte
di Marinella Doriguzzi Bozzo e Andrea B. Previtera
AMICHEVOLE: Per ricordare i compagni di un tempo e per apprezzare quelli di oggi Le ragioni dell'aragosta di Sabina Guzzanti, Italia, 2007, 100 m Un bel film su come eravamo e su come non potremo più essere: affettuoso e umile, divertente e malinconico, girato come un documentario di famiglia, e al tempo stesso del tutto inventato. Da un’immaginaria petizione di altrettanto immaginari pescatori di aragoste della Sardegna Occidentale, nasce il pretesto per riunire - dopo 15 anni - quasi tutta la compagnia del programma satirico Avanzi (Rai 3, 1
Il viaggio di madre e figlia in Albania per seppellire il padre/nonno si trasforma in una già vista sarabanda di luoghi comuni sulla società slava. L'autore di Balkan Bazar è l'ennesimo pretendente al trono di Fellini dell'est europa: peccato solo per le tante qualità sprecate
di Marinella Doriguzzi Bozzo
Una più o meno avvenente coppia di donne, madre e figlia, dimostra sin dalla scena iniziale di non saperci fare. Stanno cercando di rimpatriare in Francia le spoglie del rispettivo padre e nonno, ma, per un disguido, la salma del defunto ha preso la strada dell’Albania. Accompagnate - non si sa bene né come né perché - da un giornalista quasi improvvisato e dal suo cameramen, approdano dopo un po’ di inutili giravolte in un paesino ai confini tra la stessa Albania e la Grecia, che è la azzeccatissima location del film. E qui si d&agra























