E' un gioco di specchi Cinema Cielo, lo spettacolo teatrale di Danio Manfredini: il pubblico vedrà in scena un'altra platea, quella della vecchia sala a luci rosse di Milano, a sua volta impegnata a rivedere se stessa su uno schermo che proietta di travestiti e prostitute dall'universo letterario di Jean Genet
di Anna Colafiglio
“Signore del cielo e della terra, noi non capiamo: tu fai le creature e poi le pianti in asso”, si dispera Zamira dall’alto del suo tacco quindici, avvinghiata a un Cristo in croce che è un esplicito richiamo iconografico al finale di Flowers (storico spettacolo della Lindsay Kemp Company, ispirato al medesimo romanzo genetiano cui fa riferimento Manfredini). Partiamo dalla fine, dunque, per narrarvi l’epopea di questo sottobosco umano che popola il Cinema Cielo, una piccola sala a luci rosse che esisteva davvero, nel centro di Milano, chiusa dopo l’avvento
Dopo il Nick Hornby di An Education, la danese Lone Scherfig torna a dirigere la sceneggiatura di un bestseller, quello di David Nicholls, sperando di replicarne le sorti al botteghino. La storia di Emma e Dexter sembra un copione melenso e già visto, ma il colpo di scena è dietro l'angolo. Da venerdì nei cinema
di Anna Colafiglio
Ecco una di quelle pellicole in cui lo spoiler pare già in agguato, solo sbirciando la locandina; solo guardando il trailer e ascoltando quegli sprazzi di trama concessi al pubblico pagante ancor prima che il film esca nelle sale. Emma e Dexter, la secchiona e il belloccio universitario (topos letterario e cinematografico, ahinoi, piuttosto rodato): dopo la laurea sono a letto insieme, poi ognuno prende la sua strada, si inseguono per vent’anni. E poi -tac- la scena del bacio tra i due immortalata sulla locandina del film. Eccola, l’ennesima love story tardo-adolescenziale c
L'unificazione che non si racconta, quella di Carmine Crocco e del brigantaggio meridionale, protagonista della piece Terra Promessa. Briganti e Migranti. Un gioco a più piani, che alla performance degli attori presenti sul palco affianca alcune videoinstallazioni. L'effetto è spettacolare, ma non può riscattare un copione troppo didattico
di Anna Colafiglio
Ne aveva già parlato Antonio Gramsci. L’aveva detto anche Luchino Visconti, eccellente cantore di quelle “rivoluzioni popolari” che popolari non sono state mai. L’aveva detto con Senso e, più tardi, con Il Gattopardo: con Tancredi Falconeri che, in procinto di unirsi alle forze garibaldine, spiegava l’andazzo della Storia a un perplesso Don Fabrizio Salina: “se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la Repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Il Ris
Inglese ma nato in India, lo scultore Anish Kapoor è in mostra a Milano: le sue installazioni instaurano un nuovo rapporto con il visitatore. Vederle non basta, bisogna toccarle, percorrerle, abitarle, sentirsene avvolti. Un'esperienza 'fisica' che ci spinge a lasciare i nostri "perché" fuori dal tunnel...
di Anna Colafiglio
“Il bello dell’arte astratta è che il significato è sempre a margine, e non è necessario svelare la sua collocazione. A volte non sapere va benissimo”. La chiave per approcciarsi all’arte di Anish Kapoor è proprio questa: svincolarsi dalle catene dei perché in nome di un nuovo rapporto con l’opera che si ha di fronte. Poche domande, dunque, ma tanta capacità di “ascoltare”: l’opera, se stessi, l’ambiente circostante. Milano gioca su due sedi differenti per presentare una mostra d’eccezione: la
Il pezzo più pregiato della sua personale, la Montagna di Sale, soggiorna ora nella Piazzetta Reale di Milano, alla portata di tutti. E' sempre andata così con l'autore campano, erede di quei teorici che già negli anni settanta volevano le installazioni fuori dalle gallerie e a contatto con il pubblico
di Anna Colafiglio
Lo spettacolo comincia già fuori, nella Piazzetta Reale dinanzi al Palazzo che ospita l’esposizione: l’imponente Montagna di sale, dieci metri d’altezza e un gran corredo di trenta sagome equestri, dialoga meravigliosamente con lo spazio cittadino che la circonda. “La Montagna ha bisogno di un luogo pieno di gente, è un’opera popolare, non ha paura del confronto”, ha dichiarato l’artista, memore della storica installazione del ’95, in Piazza del Plebiscito a Napoli, durante la cui permanenza “successe di tutto: da
L'inventore della videoscultura è protagonista di un'ampia personale al PAC di Milano: le sue installazioni parlano, hanno fattezze umane e grandi occhi che scrutano i visitatori
di Anna Colafiglio
“Quando un oggetto è dotato di occhi diventa un corpo, anche se non ha alcun nesso con la forma di un corpo umano”. Anche se quella che ci troviamo davanti è una nebulosa vagamente antropomorfa, che di umano ha soltanto gli occhi, le labbra e, ogni tanto, qualche frammento di mano o di gamba. È un po’ inquietante l’umanità che trapela da questo ecosistema tecnologizzato, all’interno del quale ogni corpo sembra esploso sotto la pressione dei propri malesseri psichici, vittima di una frantumazione che turba e ammalia al contempo. &n
La mostra sugli Impressionisti debutta al Palazzo Reale di Milano, e poi partirà per una serie di tappe internazionali. Agli esordi e alle produzioni dei maggiori protagonisti del movimento (Monet, Degas, Renoir...) si affiancano le opere di precursori e "avversari". Un itinerario completo nella Parigi di fine Ottocento
di Anna Colafiglio
“Scrivete: Impression”. Così iniziò la storia di un movimento eversivo, in un periodo storico che l’eversione artistica ce l’aveva nel sangue, su tutti i fronti e in tutti i campi. Claude Monet, uno dei massimi esponenti di quella corrente che presto sarebbe divenuta, suo malgrado, una vera e propria scuola, decise di mettere la didascalia Impression sotto una delle sue opere rimasta senza titolo; non sapeva, però, che quel nome casuale sarebbe diventato l’appellativo, inizialmente dispregiativo, della rivoluzionaria corrente destinata a
Dalla bombetta di Charlot a quella dei drughi di Arancia Meccanica, passando per le visiere basse dei gangster movies e l'immancabile accompagnamento al trench di Bogart. A Milano grazie alla Fondazione Borsalino un originale percorso sui copricapi più importanti della settima arte: per scoprire che cosa si sono messi in testa i divi di Hollywood
di Anna Colafiglio
Il primo impatto ha un retrogusto straniante: la maggior parte dei visitatori che gravitano negli spazi di questa mostra, indossa un cappello. Quello dello spettatore che, inconsapevolmente, diviene parte integrante di un’esposizione, è già di per sé un evento che sorprende piacevolmente e fa sorridere. Il cinema con il cappello. Borsalino e altre storie, è una mostra ambiziosa, dedicata a quel singolare binomio che intreccia il cinema alla storia del costume; un intreccio all’interno del quale quello del cappello diviene inaspettatamente un compl
Un vecchio mozzo rimasto a terra, un catatonico prigioniero della sua infanzia e una vedova che festeggia il capodanno con il defunto marito. La Trilogia degli occhiali, nuova creazione della regista siciliana, raccoglie il punto di vista di chi si rifugia nel passato perché ha paura di vivere il presente
di Anna Colafiglio
Ed eccoci di nuovo alle prese con Emma Dante, la superstar del teatro italiano, che riempie platee, attira applausi scroscianti e, ogni tanto, anche qualche dissenso in sordina. Eccoci alle prese con un nuovo spettacolo che ne condensa tre, autonomi gli uni dagli altri eppure indissolubilmente legati dal fil rouge di un oggetto che diviene astrazione simbolica: gli occhiali. Acquasanta, Il castello della Zisa e Ballarini: tre capitoli di una saga nella quale i protagonisti sono “creature che usano gli occhiali per difendersi dal mondo e per guardarlo come meglio credono. Ognuno d
Togliere il superfluo dalla materia per far emergere la forma: è la lezione di Michelangelo, che il maestro francese ha fatto propria. Un grande innovatore che non aveva paura di ispirarsi alla tradizione: al Museo Santa Giulia di Brescia, tutta la sua opera viene ripercorsa attraverso il rapporto confidenziale con il Buonarroti
di Anna Colafiglio
“Si potrebbe far rotolare una statua di Michelangelo dall’alto di una collina fino a far scomparire la maggior parte degli elementi di superficie: la forma rimarrebbe comunque intatta”; parole di Henri Matisse, che riassumono in una vivida immagine l’essenza di questa mostra. L’accostamento è apparentemente impossibile. La strana coppia, si direbbe: Michelangelo e Matisse, il Rinascimento e il Novecento a confronto. Due mondi opposti, inconciliabili addirittura, se si vuol dar retta alla voce delle prime impressioni. Di fatto, però, addentrandoci neg
Solo sul palco, Fabrizio Gifuni veste i panni di un padre e un figlio, a rappresentare il drammatico passaggio di generazione di cui parlavano gli Scritti Corsari e le Lettere luterane. Da quei testi, che quarant'anni fa descrivevano la realtà attuale, parte il suo monologo 'Na specie de cadavere lunghissimo, diretto da Giuseppe Bertolucci
di Anna Colafiglio
Si entra in teatro, si sceglie un tavolino e ci si accomoda sul palco. Come se si fosse al bar, o al cabaret, per scegliere un termine di paragone teatralmente calzante. La mediazione del palcoscenico è già annullata, e tanto basta per essere catapultati d’un tratto in quel flusso di parole che sanno tanto di profezia, di una disillusione arrivata troppo presto rispetto alla degenerazione successiva, troppo tardi per credere di poter prevenire la caduta. Fabrizio Gifuni è protagonista assoluto di un monologo che attinge a piene mani dall’universo di Pie
Doveva essere un progetto in comune tra la poetessa e l'artista Mimmo Rotella, un omaggio alla bellezza della diva americana. E' diventato la mostra Milano. Ultimo atto d'amore: un percorso parallelo fra le vite tormentate della Merini e della Monroe, fra la potenza dell'icona, della parola e del suono
di Anna Colafiglio
“Rido per te che mi canti / e canto per te che ridi”, scriveva Alda Merini accanto allo splendido volto di Marilyn Monroe profanato (o sacralizzato?) dall’intervento di Mimmo Rotella. Ci fissa dall’alto di una vecchia fotografia di lei bambina e diciottenne, la sua bellezza pura di allora che muta pian piano nel volto della poetessa che tutti conosciamo; una videoproiezione di due minuti che condensa una vita intera. Entriamo negli spazi di questa mostra con il preconcetto della discordanza, domandandoci perchemmai abbiano deciso di accostare l’arte di Alda
Cambia il testo di partenza - due racconti di Anna Maria Ortese - ma lo spettacolo è quello di sempre. Il mare rinnova l'irresistibile galleria di volti e personaggi novecenteschi disegnati dal maestro ottantunenne: storie talvolta drammatiche ma interpretate con il solito, affilato senso dell'ironia
di Anna Colafiglio
Arduo parlare di una leggenda del teatro contemporaneo come Paolo Poli. Arduo, soprattutto, racchiudere in poche righe lo strabordante estro creativo di uno dei maggiori protagonisti del teatro del secondo Novecento. Ottantuno anni suonati, di cui più di sessanta consacrati alle fulgide glorie del palcoscenico, Paolo Poli torna alla ribalta con il suo nuovo spettacolo Il mare, dai racconti scaturiti dalla penna di Anna Maria Ortese tra gli anni Trenta e Settanta. Dopo Sei brillanti giornaliste del Novecento (2006) e Sillabari (2008, leggi la nostra recensione), il
Tornano i bulli nati dalla penna di Nigel Williams. Nell'allestimento della Kitchen Company, diretta da Massimo Chiesa, gli spettatori siedono fra i banchi della Quinta C e assistono da vicino alle goliardate dei sei protagonisti. Tante risate amare, e un po' di retorica quando la riflessione si fa seria
di Anna Colafiglio
Ed eccoci qua, a presentare la consueta storia di una gioventù che si brucia sul nascere. La storia di quelli che vanno a letto la mattina presto e si svegliano con il mal di testa; di quelli che non hanno più rispetto per niente, neanche per la gente. E che lo dicono anche con un certo orgoglio. Vasco Rossi, le cui hit costituiscono lo scheletro musicale di Nemico di classe, non avrebbe potuto definire meglio l’oceano di cliché nel quale naviga felice o, almeno, noncurante, una certa fetta del mondo giovanile. Il Nemico di classe della The Kitchen
Le sagome filiformi dello scultore italiano vengono ingigantite, moltiplicate e... vestite, pescando nell'immaginario collettivo: dal trench di Bogart al raso di Marilyn passando per Via col vento e Raperonzolo. Sono le Variations che l'artista concettuale americano ha pensato per la Fondazione Prada di Milano
di Anna Colafiglio
Provate a immaginare a una scultura a metà tra Giacometti e Degas, tra Marilyn Monroe e la Dorothy di Judy Garland nel Mago di Oz, tra Humphrey Bogart e… John Baldessari, nientemeno che lui. Moltiplicate questa scultura per nove, ingigantitela a dismisura e frazionate le citazioni artistiche, cinematografiche e, perché no, quel tocco da fashion victim che non fa mai male. Otterrete così The Giacometti Variations, l’installazione di John Baldessari creata appositamente per gli spazi della Fondazione Prada di Milano. Mostro sacro dell’arte contempo





















